Cime tempestose – recensione del romanzo “I giorni di vetro” di Nicoletta Verna

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I giorni della nostra vita normalmente si alternano con ritmo uguale, ad un periodo mite segue un altro più freddo, con il succedersi dei solstizi e degli equinozi. Talora però si delinea all’improvviso un’era geologica estrema, ed è subito gelo.

Il gelo di un manto di neve fredda che scende incessante ed implacabile, copioso, pesante, dalla temperatura parecchi gradi sotto lo zero. Si incunea sugli uomini, questo gelo, solo su di loro, badate bene, sugli uomini molto più che sulle donne. Un freddo intensissimo, di quello che si insinua inestirpabile nelle ossa e nell’anima, cristallizza ogni forma di calore, ghiaccia il cuore degli uomini, annulla qualsiasi sentore di calore affettivo, di cordialità, di sensibilità, lo rende rigido, duro, indifferente. Impedito a qualsiasi forma di empatia, incapace di provare emozioni, restio ad accogliere il seme di un frutto qualsiasi. Con un cuore così, l’uomo regredisce, malgrado le macchine volanti, è di nuovo quello della pietra e della fionda…ricordate? Un cuore della stessa consistenza della silice lavorata, della sabbia silicea, la stessa che costituisce il vetro.

Sono i giorni di vetro, dunque, quelli che mutano un cuore di sangue e di affetti in un cristallo rozzo, anche se lavorato, per di più estremamente fragile, e perciò pericoloso. Un cuore simile non è lastra di sicurezza, malgrado l’apparenza si frantuma, non si polverizza innocuo, si scheggia facilmente in frammenti acuminati, stalattiti, aculei di ghiaccio taglienti come rasoi, e come quelli crudeli. “I giorni di vetro” di Nicoletta Verna di questo racconta, è un testo magistrale, inteso nel senso di un romanzo che spiega, meglio di ogni saggio specifico, cosa e come è stata un’epoca tra le più importanti, ed infauste, della storia del nostro Paese. Racconta nei fatti, anzi fa raccontare dalla viva voce di testimoni diretti, seppure inventati, i giorni dolorosi dell’avvento del regime fascista, a far data dall’assassinio di Matteotti, fino ai primi momenti della liberazione da parte degli alleati.

Accoglie tutte le voci: quelli dei simpatizzanti dalla prima ora del nuovo regime, i sostenitori più accesi e fanatici, gli estremisti ed i fuori di testa, i violenti ed i sadici, gli opportunisti e gli indolenti, e poi coloro che dissentono, che non si convincono, che non seguono inni e fanfare, che ascoltano la voce più giusta, quella dell’amore; perciò, sono le donne, generatrici di vita tutto malgrado, le autentiche eroine di quei tempi, e che ne pagarono il prezzo più atroce. Perché nessuno resta com’era, nei giorni di vetro, nelle sventure, ci si distingue: le donne, e quelli come loro che gli si smuove l’empatia, e gli uomini, a cui esce fuori la carogna. Questo è un romanzo soffuso di linfa vitale, quella che ha nutrito il terreno arido e costretto rendendolo libero e fruttuoso, che ha dato origine a quanto siamo oggi, ha reso disponibile l’acqua vitale a chiunque e non a vantaggio di pochi violenti e prepotenti, perciò è una storia di donne, del loro spendersi e sacrificarsi, in definitiva di amore.

Non è un libro di Storia, ma una raccolta di fatti intrecciati a costituire la Storia, inventa ma dice il vero, talora il verissimo, racconta luoghi, episodi, persone che costituirono la trama di quei giorni, descrive con scrittura limpida, rustica, locale, con una elegante penna agreste e campestre, quanto successo rivelato finalmente con un vetro, uno solo, però da ingrandimento fedele, perfetto e senza macchie, trasparente e veritiero. Tutt’altra cosa di un vetro solido e amorfo, magari confezionato in un misero pacchettino regalo, che tutt’al più può fungere da infausto memento. Sullo sfondo di autentiche cime tempestose, Castrocaro e dintorni, Forlì, Ravenna, Predappio, manco a farlo apposta le terre natali del duce portatore di follia e sventure; sono luoghi di monti, borghi e colline, monte Poggiolo, Tavolicci, cime intricate di boschi che celano, accolgono, rinchiudono.

Si snodano qui novelle di incanti, di credenze, di magie, con figure un po’ streghe e un po’ stregoni, per esempio la Fafina che si industria e accudisce con pari amore spiccio, pratico, essenziale i figli propri e i più numerosi orfani a lei affidati dalle suore, e Zambuten, che guarisce con intrugli balordi perché sa che, a chi è povero, per guarire basta il niente. Si espone qui la vita di coppie, nessuna unita e tutte avvinte con legame fortissimo, perché il matrimonio, come quasi ogni questione della vita, dipende dalle circostanze, la sicurezza è la forma più duratura ed inscalfibile di felicità, ma manca nelle coppie considerate. Coppie come Adalgisa, mamma ripetuta per indole e convinzione, e Primo, reduce del primo scempio mondiale, uno stupido e violento scansafatiche, illuso della prima ora dell’enfasi mussoliniana. Coppie come l’orfano Bruno e la stupenda, splendida, luminosissima Redenta, la gemma, la perla, il monile più bello e delizioso dell’intero romanzo.

In punta di piedi, tranquilla, schiva, silenziosa e attenta, da tutti detta sfortunata e meschina perché tra l’altro colpita dalla polio che le renderà impedita in una gamba, è lei sola l’anima intelligente, il fulcro amorevole, l’epopea eroica di quei giorni, in quei luoghi, con quelle persone, la sola a fronteggiare, con coraggio sovrumano, il Male, farsene carico di persona, e redimere tutti gli altri da quello. La sola a comprendere una grande verità della vita, che il più delle volte se noi stiamo bene non è per merito o per virtù ma perché a qualcun altro tocca stare male al posto nostro. Non avrà epica, nessun finale per lei pari alla resurrezione di Tolstoj, niente lieto fine con Bruno, per lei finanche resterà un mistero incomprensibile il suo comportamento, anche se sarà certissima che Bruno le vuole un bene da morire. Il lettore capirà infine che molte volte ciò che sembra, non è. E altri ancora, Marianna ed Aurelio, e poi Diaz e Iris, Iris come l’opera, non come il fiore, che quella del grande fiume è terra d’opera, opera lirica e opere di fatica dei campi, dove la gente lavora e basta: nei campi, a casa, nel bosco. Brava gente industriosa, onesta, sono terre di borghi, casali, pascoli e coltivati, dove non si ha tempo per il Male, chi non può lavorare perché è troppo piccolo o troppo vecchio, aspetta di crescere oppure di morire in pace circondato da affetti…fin che il Male non si presenta. Viene da fuori, in pompa magna, come a Tavolicci: e qui sarà memoria di sangue, di fuoco, di martirio, come altrove, per fatti analoghi, incisero sulla pietra, a monito futuro.

Sempre è così nei giorni di vetro, giunge il Male, fa dei giri immensi e sempre ritorna, è orbo ma ci vede benissimo, non è misterioso, ha storia propria, cattiveria intrinseca addestrata tra poveretti di pelle scura, neanche è brutto, si ammanta di medaglie ed onori, ha finanche nome e cognome, si chiama Amedeo Neri. Fa il Male, pratica il Male, distribuisce il Male a piene mani, tanto da farti sospettare che stai pagando il tuo, quanto meriti, giacché quel giorno certamente dovevi essere fra chi ha ammazzato Cristo. Invece no, prima o poi l’abbiamo ammazzato tutti, Cristo. Ma vedete, Lui è come Redenta, redime, riscatta, ci offre ancora una opportunità. Ai giorni della merla, infatti, di gelo, di vetro, segue sempre l’estate di san Martino.

di Bruno Izzo

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