Studenti sordi: oralità, lingua dei segni o bilinguismo? Il dibattito continua

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Studenti sordi: oralità, lingua dei segni o bilinguismo? Il dibattito continua

Già in passato ci siamo interessati al dibattito in corso da tempo sulle scelte tra oralità e lingua dei segni per favorire i processi di integrazione scolastica degli alunni non udenti ed abbiamo potuto riscontrare una certa convergenza sul bilinguismo e, più in generale, sulla pluralità delle lingue.

Il dibattito continua ed eterogenee continuano ad essere le posizioni. Proprio di questo si è parlato in un incontro che si è tenuto nel mesi scorsi all’Università di Padova, nel corso del quale si è discusso anche della misura in cui la diffusione ormai generale dell’impianto cocleare ai bambini sordi in età molto precoce abbia potuto risolvere le loro difficoltà nell’acquisizione della lingua orale, soffermandosi sulle azioni più appropriate per la riabilitazione dei bambini impiantati. Il dibattito si è concentrato anche su come possa la lingua dei segni fornire un utile supporto educativo anche per i bambini con impianto e su quali siano, a livello cognitivo ed educativo, le conseguenze del bilinguismo bimodale.

Un interessante contributo al dibattito è di certo la recente pubblicazione del libro Lingua dei segni, società, diritti, nel quale si affrontano diversi aspetti significativi in merito, dalla ricerca linguistica alle neuroscienze, dal modello bilingue alla costruzione sociale della sordità, dall’autodeterminazione ai diritti umani e alle minoranze linguistiche. Gli autori, rivolgendosi a chi ha interessi scientifici e didattici, ai politici e ai legislatori e a quanti operano nel mondo della sordità, sottolineano come la lingua dei segni costituisca un imprescindibile strumento di cittadinanza.

Il confronto, dunque, continua e pare spesso convergere sull’opportunità di utilizzare modalità eterogenee per favorire i processi di comunicazione. Naturalmente, però, particolarmente interessanti appaiono le storie raccontate in prima persona da chi vive la sordità o l’ipoacusia e può portare testimonianza del proprio percorso. E’ il caso, ad esempio, di Eleonora, la cui vicenda è stata riportata in un articolo del marzo scorso. La ragazza, studentessa universitaria, racconta di essere nata sorda e che ciò fu scoperto all’età di due anni: mi ricordo ancora adesso quando mi accesero per la prima volta le protesi acustiche. La sensazione di sentire mi faceva vedere un mondo nuovo pieno di colori e sapevo che finalmente potevo lasciare alle spalle il mondo in bianco e nero.

Con il supporto del lavoro logopedico si avviò dunque l’apprendimento del linguaggio fatto di parole e di suoni, che divenne ancora più preciso con l’inserimento di un impianto cocleare nell’orecchio interno: al risveglio, mi ritrovai in un altro mondo rispetto al precedente. Non solo avevo recuperato l’udito nella parte destra ma sentivo ancora di più e in profondità ogni singolo suono. Allora, come adesso, mi incantavo a sentire il cinguettio degli uccellini e lo scorrere dell’acqua, solo che dovevo comprendere nuovi suoni dei quali mai mi ero accorta prima. Un esempio su tutti il rumore del vento. Insomma, una seconda rinascita. Eleonora afferma nell’articolo di aver voluto raccontare la sua storia per mostrare che il problema della sordità ormai non c’è più. Si, è vero, sordi si rimane ma una cura per vivere meglio esiste. Mostra di essere molto favorevole all’utilizzo di impianto cocleare e di averne consigliato vivamente l’uso. I miei traguardi si sono concretizzati in molti ambiti: suono il sassofono contralto, guido ogni giorno la macchina, pratico sport come il nuoto e da poco mi son o laureata in Scienze della Comunicazione all’Università dell’Insubria.

Riportiamo con piacere la sua esperienza ed il suo entusiasmo, senza dimenticare che altrettante storie positive vengono raccontate da chi ha avuto buone esperienze con il solo utilizzo della lingua dei segni.

Il dibattito continua.

APPROFONDIMENTI
Lingua dei segni, società, diritti

http://www.disabili.com/

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