“Io, straniera in una Londra irriconoscibile ho trovato la mia voce tra genitori sordi”

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Claudia Durastanti ora vive a Londra, ma non si è mai davvero adattata

TORINO / «Dopo aver letto il libro mia mamma ha detto: “Questa è la tua storia, non è la mia, ma è una bellissima storia”, poi si è offerta di farmi vedere i suoi diari, per un confronto». In realtà, «La straniera», ultimo romanzo di Claudia Durastanti, 34 anni, nata a Brooklyn, tornata in Italia a sei anni, poi emigrata a Londra, parla anche (e soprattutto) di questa mamma piuttosto atipica, un «po’ picaresta», fuori dagli schemi.

«La straniera è una sorta di figura mistica, incarnata da diverse persone, a tratti sono io, ma è soprattutto lei, mia madre, che è affetta da sordità: quando ci siamo trasferite in Basilicata, la gente equivocava il suo esprimersi a voce alta e in maniera sgrammatica, non pensava fosse sorda ma credeva fosse straniera e lei reagiva con una sorta di orgoglio che all’inizio non capivo. Poi mi ha fatto pensare all’importanza dell’autodefinirsi nel modo in cui ci sentiamo meglio o più liberi, quindi per mia mamma essere “la straniera” voleva dire definirsi libera».

E poi ci sono le altre donne e il tema della migrazione…

«Io sono figlia di migrante, nipote di migrante, pronipote di migrante e mi piaceva l’idea di scorporare questo status da un personaggio definito, ecco perché qui si ritrovano tutte le donne della mia famiglia, soprattutto italo-americane».

Quindi c’è anche lei?

«Certo, io ho raccolto quest’eredità, tra l’altro non ero solo una bambina di origini italiane in America, ma ero anche figlia di una famiglia che non voleva confrontarsi con il modello americano. Poi sono arrivata in Basilicata ed ero ancora la straniera perché venivo dagli Stati Uniti ma anche perché avevo questa madre moderna, sorda, un’artista, divorziata, una figura irrequieta rispetto al canone meridionale o familistico».

Ma in Italia non si è fermata: dov’è andata?

«A Londra ed è stato uno choc, che si è tradotto in malinconia e malattia».

Straniera anche lì? Perché?

«Invece di integrarmi, come immaginavo visto che padroneggiavo la lingua e avevo compiuto molti studi, c’è stato un rigetto reciproco tra me e la città. Paradossalmente si è adattata meglio mia nonna a Brooklyn negli Anni ’60».

Perché?

«Sono arrivata con un carico di romanticismo e aspettative eccessive e ciò che immaginavo in realtà non esisteva più. In pochi anni a Londra sono emersi problemi così seri da trasformarla: i senza fissa dimora sono aumentati del 163%, e tanti sono italiani, della mia generazione: mentono sugli studi e conducono vite parallele. Si è creata una sorta di comunità a margine che richiede una rete di psichiatri e psicologi italiani apposta. Impressionante. Anche Brexit ormai è qualcosa di concreto: tutti gli Starbucks e i Caffe Nero, che erano una sorta di prima accoglienza per italiani e spagnoli, assumono gli inglesi».

Eppure resta…

«Ma sto pensando di andare».

Tornerà in Italia?

«Non lo so, non amo chi scappa fregandosene, in realtà sono preoccupata per chi dovrà pagare le conseguenze di questo periodo».

Perché un libro autobiografico?

«Non pensavo che l’avrei mai fatto, avendo due genitori abbastanza irregolari, oltre che sordi, era come se fosse troppo scontato, pretestuoso, quindi l’ho sempre evitato. Avevo il timore che fosse un’esperienza esclusivamente catartica, un po’ psicoanalitica e non volevo questo. Io volevo piuttosto vedere fino a che punto l’Io si dissolve e diventa qualcosa di simile ad altri io o addirittura al Noi: è paradossale ma credo che questo libro, che è il più personale, sia quello che entra di più in connessione con persone molto diverse da me».

È stato difficile, doloroso o naturale?

«Abbastanza naturale perché è arrivato come quarto libro, avevo già scaricato alcune ossessioni private nei romanzi precedenti».

Lei è anche traduttrice: su cosa sta lavorando?

«Sono stata interprete fra diverse lingue, non solo inglese e italiano ma anche la lingua dei miei genitori, forse ero stata naturalmente portata verso la traduzione. Ora vorrei però avvicinarmi a un classico: per questo sono molto contenta di tradurre il Grande Gatsby per la Garzanti, sarà pronto nel 2020 e Fitzgerald è tra i miei autori preferiti».

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