E un sordo al lavoro?

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di Roberta Masci

Si fa presto a dire che un sordo non ha problemi di comunicazione nel mondo del lavoro. “I sordi sono piuttosto autonomi e lavorano in un clima comunicativo soddisfacente come gli udenti”, frase come questa che ci sentiamo dire da alcune persone. E’ così? Per capirne però concretamente il significato andiamo a chiedere ad alcuni sordi.

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Laura, 68 anni, pensionata, racconta in lingua dei segni che ai suoi tempi lavorava come dattilografa. Era brava nel suo lavoro. “Ma avevo problemi di comunicazione. Spesso alcune colleghe entravano nella stanza per invitare una mia collega a prendere un caffè. A me non chiamavano mai. Per loro non esistevo. Io mi sforzavo di farmi capire quando “parlavo” anche se non era facile. Loro non si impegnavano a farsi a capire labialmente. Mi sentivo trasparente ed inutile in quei momenti”.

Non lontano da lei è posizionato un giovane uomo sordo. Come alcuni sordi non vuole dire il nome. Gli chiedo: “Come vive la sua giornata di lavoro?”.
“In prima mattinata “parlo” con un collega e, durante la conversazione, gli chiedo di ripetermi più volte alcune frasi.
Mentre lavoro una collega entra in ufficio, parla con i miei colleghi e loro escono insieme a lei”.
Continua: “Non so il motivo perché non sento. Non sentire ciò che dicono mi fa sentire prigioniero in un mondo a me estraneo e non mi sento parte del lavoro. Durante la pausa caffè sono insieme a dei colleghi in un bar. Non seguo la loro conversazione. Si dimenticano di me. Parlano velocemente e/o contemporaneamente. Ridono.”
Una pausa di frustrazione: “E io? Rido per finta. Chiedo di ripetere e lo fanno ma poi si scordano di me. Bevo in silenzio il mio caffè zuccherato e torno alla scrivania”.
Il giovane sembra udente nei movimenti ma è sordo; chiaramente sordo.
Riprende il racconto: “In tarda mattinata, incrocio un collega che mi informa di un lavoro da svolgere in settimana. Gli chiedo di ripetere due volte e gli ricordo dell’aiuto che si è offerto di dare al settore dove opero. Lui, come risposta, dice che non l’ha mai detto. In quel momento, non capisco se è serio o se scherza.
In quel tratto di tempo che sembra un’eternità, lavoro mentalmente per capire se era serio o se scherzava. Alla fine pare che scherzasse. Rientro nella mia stanza con dubbi. Ho sempre considerato lavorare bene, non tanto per il dovere, ma per evitare anche spiacevoli episodi dovuti a incomprensioni”.
Il sordo è un continuo mulinare di segni: “Non discrimino le loro parole. Le protesi acustiche servono a poco, se non per accorgermi dei suoni, ma comunico anche leggendo il labiale.
Ad un certo punto, mi sembra di percepire qualcosa che non so identificare e alzo il volto. Era il collega che mi salutava a voce. Quando vede che “rispondo casualmente” a quel qualcosa che, in realtà, è il suo chiamarmi per un saluto, mi dice:
“Allora, mi hai sentito!”.
Lo dice con un’espressione da monello compiaciuto. Quell’espressione facciale che prima o poi fa saltare i miei nervi messi a dura prova da tante difficoltà comunicative di tutti i giorni.
Non sa di ferirmi anche se glielo faccio notare più volte.
A pranzo ci troviamo in un self service. Come sempre, non “leggo” tutte le parole. Impossibile. Isolamento sociale e culturale.
Quando si tratta di lavoro si ricordano di me, mi parlano a bocca aperta e mi scrivono su un foglietto in caso di termini inconsueti e di difficile decodifica labiale.
Io sono operativo e preciso nel mio lavoro – questa capacità lavorativa non me la toglie nessuno – ma gli udenti non sono operativi nella comunicazione con me.
Questo accade tutti i giorni e anche di peggio.
E pensare pure che minimizzano la mia sordità come un difettuccio di poco conto!”.

In verità non è difficile cogliere malcontento nei confronti di molti udenti come questi colleghi.
Un amico di questo giovane uomo, Roberto (altro nome di fantasia), 71 anni e pensionato, racconta in segni che invece lui è stato fortunato perché dove lavorava lui c’erano molti colleghi sordi. “Non mi sentivo isolato grazie al fatto che con me c’erano altri colleghi sordi. Ci sentivamo normali. Nella pausa caffè eravamo insieme e parlavamo in segni alla stessa stregua dei colleghi”, racconta con un’espressione piacevolmente nostalgica.
“E’ preferibile lavorare con colleghi sordi ma è un sogno”, aggiunge.
Sogno che rimane tale. Per ora.

http://www.improntalaquila.org/

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