Chi è sordo non viene ascoltato: se a discriminare è lo Stato, fa male

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Mia moglie è sorda. Tra i 12 e i 13 anni ha avuto una malattia rara, per la quale ha fatto anche la chemioterapia, che gli ha causato una quasi totale perdita dell’udito.

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di Dario Papetti

In Italia c’è una norma che fa distinzione tra le persone che hanno una sordità documentata prima dei 12 anni (L. 26/5/1970, n.381, L. 20/02/2006, n. 95 e succ. modifiche e integrazioni; Soggetto affetto da sordità congenita o acquisita durante l’età evolutiva, che abbia compromesso il normale apprendimento del linguaggio parlato) e chi invece è diventato sordo successivamente.

Questa distinzione causa discriminazioni importanti. Infatti la norma richiede che la perdita di udito sia documentata prima del 12esimo anno di vita. Il problema è che non solo non tutti hanno accesso a visite e strutture mediche ma, oltretutto, a volte i primi sintomi vengono scambiati per distrazione del bambino.

Una differenza non trascurabile in quanto tra i due trattamenti ci sono sostanziali differenze in merito a benefici e sostegni. Ad esempio un sordo prelinguale ha diritto all’Iva al 4% sui veicoli e indennità di comunicazione, mentre una persona “semplicemente” sorda non ha nulla se non uno sconto (ridicolo) sull’acquisto di apparecchi acustici e l’inserimento nelle categorie protette.

Io non credo che una differenza di trattamento così grande tra le varie tipologie di sordità dovrebbe esistere. A mio avviso dovrebbero portare il limite dai 12 ai 18 anni e, per chi viene riconosciuto sordo dopo i 18 anni, mantenere comunque una formula ridotta senza levare del tutto i suddetti aiuti.

Avere un handicap ti espone a discriminazioni; quando il primo a discriminarti è lo Stato, fa male.

 

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