Una capitale non a misura di disabili non è una capitale

Il rapporto tra la città eterna e la disabilità è disastroso, basta guardare la cronaca locale per accorgersene: si tratta di un sistema di strutturale inaccessibilità che non permette alle persone neanche di avvicinarsi alla prassi del vivere civile

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Storia del Campidoglio, uno dei più importanti deisette colli di Roma. Dalle Origini dell'età del bronzo all'epoca repubblicana ed imperile. Dal medioevo ad oggi.
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di Andrea Venanzoni

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Una storia antica, ma non per questo meno indegna. Incancrenita dall’usura del tempo, dalla obsolescenza delle infrastrutture e dei mezzi cittadini di trasporto e da un dibattito politico che protesta e alza la voce a corrente alternata, a seconda della convenienza e della congiuntura del momento, senza però intervenire in maniera sostanziale quando si trova a sedere sugli scranni del potere di governo cittadino. È il difficoltoso e doloroso rapporto tra disabilità e Roma.

Da anni leggiamo di disabili impossibilitati a salire su bus, metro o addirittura ad entrare nelle stazioni. Una via crucis di ascensori e impianti di traslazione non funzionanti, in alcuni casi sotto perenne, invisibile, manutenzione nemmeno fossero la Sagrada Familia di una città postmoderna incurante del dolore e dei diritti altrui. Di tanto in tanto, qualcuno rimane persino prigioniero dentro ascensori sempre meno funzionanti, come accaduto a giugno a Subaugusta a un ragazzo in sedia a rotelle.

Ancora più ampia la indegna casistica di genitori, parenti e passanti costretti a esercizi ginnici per consentire ai loro figli o amici di poter esercitare il diritto costituzionalmente tutelato e previsto alla mobilità. Proprio in questi giorni nella fermata di Colli albani, un genitore aiutato da alcuni volenterosi utenti ha dovuto portare a braccia il figlio in sedia a rotelle sulle ripide scale. La foto dell’evento, giustamente pubblicata su Twitter, è un sofferente manifesto della inefficienza e della indifferenza delle istituzioni. La immagine, dolente e quasi mestamente sacrale, di disabili caricati in spalla da utenti di buona volontà non è novità e una rapida scorsa alla cronaca locale lo testimonierà nella maniera più cruda. Roma vanta il poco invidiabile primato di città ai limiti della strutturale e sistemica inaccessibilità: una barriera immane, una sorta di fortezza inespugnabile per chiunque abbia difficoltà motorie o visive o di altro genere.

Lo ha rilevato Vanessa Ciccarelli nel report “Piano eliminazione barriere architettoniche (Peba), a Roma 34 anni di ritardo. Reportage”, risalente al 2020.

I Peba, strumenti di pianificazione urbanistica e sociale per superare la inaccessibilità e tutelare la mobilità dei disabili, vennero introdotti nel nostro ordinamento con la legge n. 41 del lontanissimo 1986. Come vari strumenti analoghi, sono rifluiti in molti casi, e con alcune virtuose eccezioni, a mero portato sloganistico, un oggetto indefinibile del tutto inattuato e inerte.

A giugno 2022, pochi mesi fa quindi, Égalité, Onlus meritoriamente in prima fila per garantire piena accessibilità a luoghi e servizi, ha avuto un incontro coi vertici di Atac, vertente sulla situazione oggettivamente disastrosa in cui versa, anche sul lato della accessibilità, il trasporto pubblico capitolino. Gli esiti dell’incontro, come può leggersi dal reportage pubblicato sul sito della Onlus, non sono stati incoraggianti. D’altronde, trascorsi mesi da quelle parole la situazione non sembra essere cambiata per niente.

Ai Peba e alla loro approvazione è stato dedicato anche il Disability pride, giunto alla sua ottava edizione, che si è tenuto emblematicamente a Roma a fine settembre. Lo stato di attuazione è ancora in altissimo mare: nel 2019, la regione Lazio ha approvato delle linee guida a cui però i progetti di concreta implementazione da parte di Roma capitale non sono seguiti, dispersi nei rivoli della solita burocrazia.

Non che un Peba sia facile da realizzare e approvare. Necessita di un approccio totalmente de-burocratizzato e deve essere investito di un carico di empatia che porti il tecnico chiamato a mappare gli snodi critici ad immedesimarsi nelle necessità e nei bisogni del disabile. Il punto però è che al di là dei Peba, a Roma mancano molto spesso gli elementi basici che possano far dire a una città di dirsi civile davvero.

Paradosso di una epoca che recita continuativi mantra a base di diritti, gingillandosi con cataloghi sempre nuovi, e poi invece lasciando materia inerte la dignità della persona disabile.

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