Da “week end” a “lockdown”: i 10 anglicismi più inutili della storia

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Roma, 18 apr – Venerdì scorso, dopo il brunch in una location scadente, sono tornato in ufficio per un briefing. È stato un meeting interminabile in cui, con paper e PowerPoint, ci hanno spiegato la mission e la road-map.

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Come se non bastasse, il traffico per il ritorno era pazzesco, e infatti ho subito rimpianto i tempi del lockdown e dello smart working. Poi, finalmente, è iniziato il week end. Certo, il mood non era dei migliori, ma l’ho switchato e mi sono fiondato al pub. Mi sarò scolato almeno cinque cocktail, e l’hangover mi ha steso per tutto il giorno seguente. Niente party per sabato, quindi: mi sono dato al delivery e a un film on demand. Non sarà cool, lo so, ma io sono sempre stato un po’ nerd.

Parla come mangi

Quello che avete appena letto è un racconto fittizio, che mi sono divertito a inventare per voi. Benché scritto a tavolino, però, è un testo quantomai realistico. Il problema, lo avrete notato, è l’irritante abuso di anglicismi, che impedisce a molti parlanti di comprenderne appieno il significato. Si tratta di una deriva linguistica che si sta acuendo soprattutto nell’epoca dei talk show e dei social media (appunto), popolata da opinion makerinfluenceryoutubervlogger e fauna varia. Eppure, la cosiddetta «anglocosmesi» è un fenomeno molto più diffuso, che va ben oltre il gergo giovanile.

forestierismi, per carità, fanno parte di ogni idioma del globo terraqueo. Ma, come diceva il poeta latino Orazio, est modus in rebus: «v’è una misura nelle cose». Un conto è usare un termine straniero difficilmente traducibile nella nostra lingua, per evitare di ricorrere a perifrasi astruse; un altro è infarcire il proprio lessico di anglicismi per darsi un tono e segnalare una presunta «apertura al mondo». L’esterofilia, del resto, è solo una forma più raffinata di provincialismo.

La difesa della propria lingua – lo so benissimo – è sempre più percepita come una cosa reazionaria: una perdita di tempo da vecchie zie. Niente di più sbagliato: l’etnomasochismo linguistico è un fenomeno molto italiano, che non trova riscontro in altre lingue romanze come il francese e lo spagnolo. A Parigi e a Madrid, infatti, si sono peritati di tradurre pure la parola «computer» (ordinateur e ordenador). Anche da noi, però, fino a pochi anni fa le cose non erano tanto diverse: mi ricordo che, da bambino, mio nonno non diceva quasi mai computer, ma lo chiamava «calcolatore» (elettronico). Ma lui, appunto, era cresciuto in un’Italia in cui si tendeva a valorizzare la propria lingua, invece di umiliarla con anglicismi e forestierismi di ogni sorta.

Comunque, bando alle ciance. Ecco a voi i dieci anglicismi – tra i mille possibili – più inutili di sempre. La mia esortazione è semplice: buttiamoli nella pattumiera. E tentiamo di onorare al meglio la lingua di Dante e di Manzoni.

Dieci anglicismi assolutamente da evitare

1. Week end: questo è davvero il più inutile. Perché usarlo quando abbiamo il perfetto equivalente fine settimana? Mistero della fede.

2. Leader: la parola «capo» è una delle più antiche della lingua italiana. Che ce ne dovremmo fare di «leader»? Niente, appunto. Se poi volete dargli una sfumatura particolare, avete decine di altri termini che fanno alla bisogna: capofilacapopartitocomandanteguida e via dicendo. Con così tanta abbondanza, ne converrete, non ha proprio senso.

3. Meeting: quando sento qualcuno che mi dice «sono stato a un meeting», mi viene voglia di schiaffeggiarlo. Poi non lo faccio, beninteso, ma la tentazione è fortissima. Io, al massimo, sono andato a un incontro, a una riunione, a un raduno, a un convegno. Ma a un meeting non ci sono davvero mai stato.

4. Disclaimer: «Non sono razzista ma…», «non sono filo-putiniano ma…». Quante volte lo abbiamo sentito? In questi casi, gli anglofili impenitenti parlano di disclaimer. Che è un modo molto furbo (e spesso patetico) di mettere le mani avanti. Ma anche se usate un termine straniero, la vostra viltà rimane. Quello che i pavidi definiscono disclaimer, infatti, in italiano si chiama molto più prosaicamente premessa avvertenza. Ma non fatevi illusioni: come diceva il povero Don Abbondio, «il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare». Con o senza disclaimer.

5. Location: se io dico «sono andato al ristorante, e il locale era molto carino», credo che tutti capiscano di che cosa sto parlando. Ecco, allora fatevi un piacere: evitate come la peste di dire location. Vi fa solo apparire snob. Che in buon italiano si dice spocchiosoarrogantealtezzoso. Rende pure meglio, tra l’altro.

6. Feedback: «Questa è la proposta, aspetto il tuo feedback». Allora, caro amico, aspetta e spera. Io non fornirò mai un feedback a chicchessia. Al massimo posso dare un riscontro, una risposta, oppure posso lasciare un commento, se si tratta di una recensione in rete. Ma un feedback no, vi prego, proprio non ce la faccio.

7. Hangover: una delle commedie hollywoodiane più divertenti degli ultimi anni è senz’altro Una notte da leoni, con Bradley Cooper e altri amici devastati da un addio al celibato in quel di Las Vegas. Il titolo originale della pellicola è appunto Hangover. Che, in italiano, altro non è che il dopo sbornia o dopo sbronza. Del resto, ci si ubriaca da millenni. E in Italia nessuno ha mai avuto bisogno di usare questo anglicismo dopo una notta brava in osteria.

8. Lockdown: qui entriamo nel lessico pandemico. Di lockdown avevamo già parlato dopo che l’Accademia della Crusca l’aveva sonoramente bocciato. Vi riassumo brevemente la questione: «Lockdown è un prestito integrale dall’angloamericano – ha spiegato Claudio Marazzini, presidente dei cruscanti – che ricorda il confinamento di prigionieri nelle loro celle per un periodo prolungato di tempo, solitamente come misura di sicurezza a seguito di disordini». In pratica, il lockdown è una misura che c’entra poco con le misure anti-Covid messe in campo dal governo Conte II (o forse c’entra pure troppo, ma questo è un altro discorso). «In Italia – ha continuato Marazzini – nessuno è stato pronto a fornire alternative valide a questo termine angloamericano, neanche l’Accademia della Crusca. Con il senno di poi, se potessi riscrivere la storia, direi che sarebbe il caso di seguire gli spagnoli e i francesi che hanno fatto ricorso correttamente a una parola che ha le proprie radici nelle lingue romanze: confinamento». Semplice e lineare.

9. Booster: a sentirla, è una parola che suona molto fica. «Mi sono fatto un booster», come a dire che siete diventati invulnerabili come Achille o Sigfrido. In realtà, vi siete solo sottoposti a un richiamo (vaccinale). Niente di che, insomma. Smettetela di pavoneggiarvi.

10. Smart working: non tutti si sono trovati meglio a lavorare da casa. Tra connessioni ballerine, gente in mutande o sotto la doccia, questa nuova forma di lavoro tutto ci è sembrato tranne che «smart», cioè intelligente. Che poi, appunto, «lavoro intelligente» non vuol dire proprio nulla, men che meno lavoro a distanza. Eppure, una parola per esprimere questo concetto in italiano esiste eccome, ed è pure meglio di quella inglese: telelavoro. L’avverbio greco tele, usato qui come prefisso (tipo televisione, telescopio ecc.), significa esattamente «lontano». Cioè proprio quello che vogliamo esprimere. L’intelligenza, invece, è tutta un’altra cosa. E non sarà una banalissima connessione internet a fornirvela.

Ormai sarà chiaro a tutti che l’abuso di anglicismi non vi rende affatto più brillanti o moderni, ma solo più incomprensibili o antipatici. Ad ogni modo, se avete dubbi, vi consiglio vivamente di consultare l’AAA: si tratta di un eccellente Dizionario delle alternative agli anglicismi. L’italiano è una lingua meravigliosa: facciamone un buon uso.

Valerio Benedetti  

 

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