A giudizio per violenza su una sordo-muta

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Il pubblico ministero Maria Pia Simonetti ha sviluppato la complessa indagine
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Il processo sarà celebrato con il rito abbreviato. Ma il professionista. nega ogni addebito

Le indagini per violenza sessuale sono sempre complesse e delicate, là dove le rivelazioni della parte offesa sono segnate dalla prostrazione, dal disagio, dal risentimento, dalle spinte contrapposte della vergogna e del desiderio di liberarsi da un incubo, di ritrovare la spensieratezza perduta.

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Lo è stato così, in maniera del tutto particolare, per una ragazza sordo-muta. Le sue confidenze sono state raccolte in prima battuta da un familiare e poi, a seguito della denuncia, dallo stesso pubblico ministero, la dottoressa Maria Pia Simonetti.

Nessun dubbio da parte di questo sull’attendibilità della narrazione, all’interno di un quadro articolato, nel quale i rapporti sessuali contrastati dalla giovane si sarebbero ripetuti in varie occasioni, in un contesto connesso all’attività professionale dell’uomo, un ambiente decoroso, fuori da mura domestiche. Sarebbe accaduto per quattrocinque volte, nel 2018. Fino alla decisione finale della “vittima” di raccontare i suoi tormenti. Un passaggio complesso, non solo sul piano psicologico. Ma anche per le modalità di acquisizione delle rivelazioni. Si è infatti trattato del primo caso, quanto meno alla Spezia, di messa a verbale della traduzione del linguaggio gestuale con il quale i sordomuti sono in grado di comunicare e farsi capire. E così entrata in campo un’interprete, in possesso dei codici interpretativi.

Gli interrogatori mediati hanno portato alla stessa conclusione: la giovane sordomuta è stata abusata. Con questa convinzione la pubblica accusa ha ieri chiesto il rinvio a giudizio dell’uomo. Lui nega a spada tratta gli addebiti e, attraverso l’avvocato Daniele Caprara, ha chiesto il processo con il giudizio abbreviato.

Lo ha fatto dopo aver raggiunto un accordo con la parte lesa, assistita dall’avvocato Raffaella Nardone, per evitare la sua costituzione in giudizio e quindi l’interazione nel processo a fianco della pubblica accusa. L’induzione alla marcia indietro è costata cara all’imputato. La “liquidazione” è stata accompagnata dalla dichiarazione secondo la quale l’iniziativa è da leggersi come mossa processuale e non un’ assunzione di responsabilità. Il processo sarà cosi discusso prossimamente, davati al gup Fabrizio Garofalo, allo stato degli atti.

Corrado Ricci

 

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