inVisibilExpo: valorizziamo ciò che c’è

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Il duomo di Milano è pieno d’acqua piovana, ce l’han portata con gli ombrelli, ce l’han portata con i pianti…” cantava con struggente melanconia Enzo Jannacci negli anni ‘70 (la canzone è il Duomo di Milano).

di Simone Fanti

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L’itinerario di venerdì 13 febbraio di #inVisibilExpo

 

La sua Milano oggi è sotto la luce dei riflettori… al centro del mondo si direbbe se l’attenzione, giustamente, non fosse rivolta ai venti di guerra che soffiano da Sud (Nord Africa) e da Est (Russia e Ucraina). Come l’avrebbe descritto oggi il cantante chirurgo se fosse stato ancora vivo? Come avrebbe raccontato le costanti esondazioni, i nuovi quartieri hi-tech dove non vanno più di moda le scarp de tenis? Forse con lo stesso sguardo sconsolato sarebbe tornato a definirla poco accogliente (allora lamentava l’invasione delle auto a dispetto della città pedonale). Lo spirito meneghino di mutuo aiuto sembra che si sia nascosto. Buffo pensare che Milano sia la capitale italiana del volontariato (con 25 mila persone nel 2013) e poi girare la città e scoprire, per esempio, che l’abbattimento delle barriere culturali e architettoniche è fatto solo per rispettare la legge. Per obbligo e non per cuore. E quando non ci si mette il cuore non c’è nemmeno la testa.

E ci vuole un pensiero semplice per capire che se da un lato si fa uno scivolo per scendere dal marciapiede, forse ne occorre un altro dall’altro lato per salire. Che si possono dipingere di giallo i semafori, ma se non li doti di pulsante e bip sonoro difficilmente un non vedente può utilizzarli. Troppo banale per inVisibili denunciare le inefficienze che sono sotto gli occhi di tutti. Proviamo ad essere costruttivi e propositivi perché non tutto il lavoro svolto è da buttare. Va migliorato e valorizzato.

Partiamo allora dall’itinerario che venerdì 13 febbraio, noi di inVisibili con Luca Mattiucci di Corriere Sociale, Elisabetta Piselli di Milano da vedere e Simone, fisioterapista di Pavia, il mio uomo ombra nell’imparare a manovrare la “carrozzina 2.0”, abbiamo testato: il quadrilatero che va dall’Arco della Pace, all’Acquario (unico edificio rimasto dall’Esposizione universale del 1906), dal Castello sforzesco a piazza Cairoli, fino alla Triennale. Il giudizio, per una persona su una sedia a rotelle, devo ammettere è abbastanza positivo. Assolutamente negativo, invece, per un disabile sensoriale. Dire che per loro c’è poco è un eufemismo. Nessuna indicazione o scritta in braille guida il visitatore. Molti scivoli dei marciapiedi sono traditori: non arrivano a filo della strada, ma lasciano uno scalinetto di pochi centimetri in cui un ipovendete o un anziano può inciampare. Così come alcune radici esposte sul manto del marciapiede diventano pericolose. Nessun semaforo della zona ha il pulsante di chiamata o un avviso sonoro. Purtroppo l’accessibilità universale che ci aspetteremmo da una città come Milano non è questa. Ma proseguiamo con ordine.

Con la carrozzina a spinta manuale avrei faticato molto su qualche ciottolato sassoso (pochi per la verità) e sui lastroni dell’Arco della Pace (a causa di due gradini l’Arco non può essere attraversato). La sedia a motore elimina il problema. Ho scelto quella soluzione per tre motivi: avrei avuto le mani libere per twittare in diretta (@invisibilicds), avrei verificato se il noleggio di una sedia come la Genny potesse essere una soluzione per i futuri visitatori e, soprattutto avrei potuto sollevare gli occhi da terra e guardarmi intorno. Con una sedia a spinta manuale è più il tempo che si dedica a controllare di non infilare le ruotine anteriori in qualche fessura, binario del tram, buco o, peggio ancora, pestare il risultato della distrazione, e inciviltà, di qualche padrone di cane. La classica cacca non raccolta sul marciapiede.

Per chi non lo sapesse Genny ha due ruote e sta “in piedi” grazie alla tecnologia di autobilanciamento sviluppata dalla Segway. In pratica la sedia intelligentemente corregge la sua posizione migliaia di volte al secondo. Discretamente comoda (è piuttosto rigida) pesa circa 90 chili, costa quasi 16 mila euro (l’Inail la passa interamente, l’Asl dà un contributo all’acquisto) e si muove elettricamente per 20 km. “Abbiamo pensato di creare un servizio di noleggio – mi ha raccontato Paolo Badano, l’ideatore di questa carrozzina – ma non abbiamo trovato sponsor e partner (gli organizzatori dell’Expo sembra si siano detti non interessati, n.d.r.) per costruire il pacchetto da proporre. Mi sarebbe piaciuto vedere abili e “seduti” scorrazzare alla stessa altezza in giro per Milano. Un passo verso l’inclusione a mio avviso. Ma forse siamo ancora in tempo”.

L’accessibilità, la piacevolezza e la fruibilità di un luogo sono fatte di piccole cose. Pochi accorgimenti farebbero la differenza. Qualche idea? Una rampa (anche amovibile) per accedere all’Arco della pace, qualche bagno in più (avvistati uno all’Acquario sulla cui home page appare un filmato in Lingua dei segni, uno nel castello e uno all’Expogate), le colonnine dell’Sos non solo all’interno del parco Sempione – a cancelli chiusi sono irraggiungibili-, qualche cartello in più sui percorsi accessibili. Ecco manca l’informazione. Un esempio concreto si può fare per la Triennale. E’ accessibile, c’è un arrugginito sollevatore con tanto di campanello per avvisare i custodi che arrivano con le chiavi per azionare il marchingegno che funziona a fasi alterne. È leggermente nascosto e può non essere visto. Basterebbe un cartello che lo indicasse per rendere quell’edificio fruibile da tutti.

Il nostro viaggio attraverso Milano continua, nel frattempo leggete la prima tappa #inVisibilExpo, ora mettiamo alla prova Milano

http://invisibili.corriere.it

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