Ci sono cani che, dopo un incidente o una malattia, diventano ciechi o sordi. E ci sono persone che insegnano ai proprietari a occuparsene

Luca Scanavacca è uno di questi. «Davanti alla perdita di un’abilità c’è bisogno di re-imparare a gestire il quotidiano – racconta Scanavacca – ma poi, quel che sorprende, è il mondo nuovo che si apre. Sia nella relazione con il proprio cane, sia nella conoscenza di sè». Sono parole di un istruttore che non è solo addestratore, è anche antropologo e docente a contratto alla Facoltà di Veterinaria di Parma. Il professore-antropologo gestisce una fattoria in provincia di Novara (fattoriadeisemplici.com) assieme alla moglie Valentina, educatrice. E si è ritrovato, da otto anni in qua, ad accogliere cavalli non vedenti, oche, capre e un asino anziano destinato al macello che l’Oipa ha salvato sul filo di lana e che poi, per questo, è arrivato alla fattoria terrorizzato. Circondato da animali della fattoria, Scanavacca, educa i cani disabili. «Spesso il proprietario è esageratamente apprensivo, altre volte fa capire di aver perso le speranze, oppure manifesta pietismo – rivela – Insegno ai proprietari a diventar loro i migliori educatori del proprio cane. Come un essere umano che, cieco o sordo, non smette di sentire, ma percepisce i luoghi e le situazioni in un altro modo, così vi è un grande potenziale in ciascun animale».

Talvolta il cane perde la vista dopo un incidente, altre volte a causa di una malattia, come il glaucoma o il diabete; la sordità, invece, può comparire già alla nascita o arrivare a seguito di un’otite profonda, ci spiega Scanavacca. Vi è un senso di perdita da colmare, un lutto da abitare che ciascun proprietario elabora a proprio modo.

«Poi, scoprire che c’è anche un’altra possibilità – di giocare, di sentirsi ancora felici, di riprendere a vivere perchè l’animale trova la sua altra strada – può davvero cambiarti la vita in meglio». Luca Scanavacca racconta della sensibilità aumentata del proprio cavallo cieco, «quando sentiva che si avvicinavano i bambini restava immobile, nel timore di far loro del male. E quando percepiva in groppa il peso di un bimbo finalmente rilassato, allora si decideva a partire… l’empatia è un traguardo che a volte arriva come un regalo inaspettato». Racconta anche di come è passata la paura all’asino anziano, con buone abitudini e quotidiani gesti di affetto.

Alla fattoria dei semplici si svolgono visite didattiche con le scolaresche, si tengono corsi estivi per bambini, si organizzano giornate al lavoro in fattoria, ci si prende cura degli animali imparando a rispettarne i ritmi. «Con alcune cooperative ci siamo occupati anche di ragazzi disabili – spiega il titolare – Il contatto con la natura e gli animali, anch’essi con disabilità, può far accendere una scintilla, ecco che si instaura una relazione in cui tu, istruttore, sei di troppo». Già, quando una percezione si spegne o si apre una ferita nel corpo, è più facile potenziare le altre facoltà, far affiorare risorse inaspettate. Come ci arriva un docente di Antropologia alla fattoria dei semplici? «Devo dire che ci è arrivata mia moglie. Ha colto lei il mio sogno, o forse ci siamo visti entrambi, nel sogno. La cascina era un ex allevamento di cavalli, lo abbiamo sistemato e ci siamo ritrovati con tanto spazio vuoto, spazio che, in questi otto anni abbiamo riempito».

Un’ultima cosa, alla fattoria dei semplici si impara anche un mestiere, si tengono corsi di formazione dedicati alla diversità di specie e alla disabilità per diventare esperti in Mediazione zooantropologica.

 

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