Roma. Sfregiano il figlio con bruciature di sigaretta, nessuno la ascolta

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Da quattro anni i compagni lo torturano sfregiandolo con bruciature di sigarette. Lui, ragazzo di 19 anni disabile, li accusa e li difende, forse perché ha paura, forse perché vuole farseli amici. La madre invece lotta, lotta perché il bullismo finisca, ma ottiene solo schiaffi morali dalla scuola, dalla società, da quella che dovrebbe chiamarsi giustizia.

image17-300x193G.R.– Roma. Un corpo segnato da decine e decine di bruciature di sigarette. Cicatrici provocate con violenza e sprezzo dai suoi coetanei e compagni di scuolaManuel è un ragazzo di 19 anni romano con un grave deficit cognitivo: la sua storia, una storia di bullismo e indifferenza, di troppa gente che non vede o fa finta di non vedere, è anche la storia della madre, Matilde, che da anni non smette di lottare. In questi giorni l’ennesima denuncia ai carabinieri della stazione Cecchignola.

Dopo aver girato varie scuole della Capitale, quattro anni fa Manuel scegliel’Istituto superiore a Vigna Murata. Gli abusi iniziano dopo pochi mesi: pausa ricreazione, si fuma, comincia il gioco al massacro. Quasi ogni mese una tortura nuova, urla soffocate altrimenti è peggio, quelli ci riprovano, fino a quando la mamma non scopre i segni. Troppi, sempre gli stessi. Per undici volte Manuel finisce al pronto soccorso, il referto è sempre uguale: bruciatura da sigaretta. Lui racconta e non racconta: “Mamma non l’hanno fatto apposta, mi bruciano, ma è un gioco”. “Cerca di proteggerli– dice Matilde – forse per farseli amici, perché sono loro che comandano”.

Nel 2012 la madre prende coraggio e denuncia il tutto, accusando due compagni del figlio, che negano. Si procede in Procura con l’ipotesi di “atti persecutori“, ma l’inchiesta viene archiviata perché “il ragazzo non è in grado di testimoniare“. Queste le parole del giudice. Matilde sente di essere abbandonata da tutti, di lottare controcorrente: “Perché non gli affiancano qualcuno che lo aiuti a testimoniare? Un figlio disabile, non è un figlio di nessuno. Io l’ho portato in grembo per 9 mesi e sono 20 anni che lo cresco, orgogliosa di lui. Eppure, a volte, mi sento davvero sola”.

Lei non l’ha mai allontanato dalla scuola, protestando: “Leveresti un sogno a tuo figlio? Perché devo essere io a togliere la vittima e non loro il carnefice?”.Una scuola che, però, non le presta aiuto, negando qualsiasi accusa. L’unica arma che rimane a Matilde è mostrare i segni visibili del bullismo sul corpo del ragazzo e continuare a lottare per ottenere giustizia.

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