La guerra senza suoni della famiglia di sordomuti arrivati in Valdera: la corsa sotto i missili, il freddo e la paura

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L’accoglienza della comunità ucraina in Valdera e la sistemazione, grazie all’interessamento del Comune di Pontedera, in un albergo a Tirrenia. Il racconto degli addii, del viaggio estenuante, nella lingua dei segni che si affida alla forza dei gesti e alla traduzione in un italiano stentato dell’unica persona non affetta da questa patologia che li ha accompagnati

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di Paola Silvi

DECIFRARE IL LINGUAGGIO

PONTEDERA. Sono scappati in fretta e furia. Con sé avevano solo uno zainetto e neppure un giaccone. Dal bunker alla libertà è stato un attimo. Poco importa se avevano in tasca solo qualche spicciolo. Se avevano lasciato sotto le bombe i giocattoli dei bambini e sono arrivati stanchi, infreddoliti e affamati. Intanto sono salvi e lontani dalla morte e dalla distruzione. La guerra senza suoni dei profughi sordomuti accolti dalla comunità ucraina in Valdera e indirizzati, grazie all’interessamento del comune di Pontedera, in un albergo a Tirrenia è tutta nelle pause. Il racconto della fuga, degli addii, del viaggio estenuante, nella lingua dei segni che si affida alla forza dei gesti e alla traduzione in un italiano stentato dell’unica persona non affetta da questa patologia che li ha accompagnati.

«Sono in nove persone, sette sono sordomute perché hanno una malattia congenita. Con loro poi è riuscito a fuggire un anziano con disabilità e la signora che decifra il linguaggio dei segni», spiega Laryssa Kovalenko, presidente dell’associazione Comunità ucraina-Valdera che, in molte occasioni, ha fatto da ponte tra i due paesi per garantire ai rifugiati una pronta accoglienza. «Quando si tratta di aiutare i miei connazionali in difficoltà non mi tiro indietro. L’associazione è nata per questo motivo. Per permettere a chi di noi abita stabilmente a Pontedera o nei paesi vicini di organizzarci e di gestire l’emergenza. In questo caso specifico – aggiunge – essere parente della donna che sa comunicare con loro mi ha permesso di entrare più nel merito della questione. Lei è cugina di mia madre e mi ha parlato degli altri membri del gruppo».

FRETTA DI SCAPPARE

Con loro ci sono anche due bambini piccoli di tre e quattro anni, affetti dalla stessa sordità e dallo stesso mutismo. «Sono arrivati mercoledì 16 marzo a Pontedera – ripercorre le prime ore dell’incontro Laryssa – e non avevano nulla con loro. Avevano solo fretta di allontanarsi da Kiev e appena hanno potuto si sono messi in viaggio. Erano in pessime condizioni. I bambini non avevano neppure un gioco con cui passare il tempo». La comunità ucraina e l’amministrazione pontederese si sono subito attivati. «Abbiamo portato loro vestiti, pannoloni e qualche regalino per i bimbi. Il Comune – sottolinea la presidente – si è mosso per l’alloggio e tutti i pomeriggi, dopo lavoro torno a trovarli. Si stanno riprendendo ma lo spavento è stato grande».

RUMORI ISOLATI

E il termometro della paura si legge pure negli occhi del gatto che hanno salvato dalla strada a Kiev. «Quella povera bestiola – dice – è terrorizzata. Non mangia, non beve. Trema e basta. È questa la fotografia dello smarrimento». La disperazione di quello che queste persone hanno vissuto, nascosti sottoterra, esposti ai bombardamenti, isolati dai rumori ma immersi nel conflitto, la senti nello stomaco. Fragili tra i più fragili. «Non ci capiamo molto – racconta – ma quando è indispensabile usiamo il telefono. Ci scriviamo».

INTEGRAZIONE

Un esempio bellissimo di integrazione, di solidarietà che supera i confini geografici e fisici. «Ma le necessità sono tante – concludono dall’associazione – e riguardano soprattutto gli alloggi. Gli hotel a disposizione e le stanze che alcuni cittadini privatamente ci offrono vanno benissimo in questo periodo d’urgenza ma sono una soluzione temporanea. Servirebbero case da prendere in affitto, dove poter dislocare le famiglie che accogliamo. Nella maggior parte dei casi si tratta di mamme con bambini. Dopo tutto quello che hanno sofferto avrebbero bisogno di stabilità». Così l’associazione lancia un appello. Per reperire appartamenti dove poter ricreare una familiarità distrutta.

 

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