Italiani sempre più poveri: il 28% dei pensionati percepisce meno di 10mila euro all’anno e non può permettersi una badante. Di cosenguenza aumentano i caregiver f amiliari, a discapito spesso dell’occupazione femminile

I primi giorni del nuovo Governo a firma Mario Draghi ci vedono soprattutto ad analizzare discorsi toni del nuovo premier, cercando di capire quali saranno le direttrici che il nuovo esecutivo intenderà tracciare. Tra le questioni che Draghi dovrà dirimere per rispondere alla necessità del Paese e “avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie”, come indicava nel suo discorso, bisognerà senz’altro considerare l’elemento della povertàTra i nuovi poveri – ricordava proprio Draghi citando i dati di coloro che oggi si rivolgono alla Caritas – aumenta il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, delle persone in età lavorativa, di fasce di cittadini finora mai sfiorate dall’indigenza”.

POVERTA’ DI PERSONE ANZIANE E DISABILI
L’Osservatorio nazionale DOMINA, nel suo Rapporto annuale 2020 sul lavoro domestico, ha pubblicato i dati del Ministero delle Finanze che fotografano la condizione dei pensionati italiani. Il 28,3% percepisce meno di 10mila euro annui e il 66,1% è sotto la soglia dei 20mila (e si tratta di redditi lordi). Pochi anziani, dunque, possono permettersi badanti a tempo pieno o colf per più di qualche ora a settimana. Le persone non autosufficienti che possono permettersi un’assistenza contando solamente sulla propria pensione, per esempio, sono tra il 6 e l’8% se si avvalgono di lavoratori non formati. Nel caso di personale preparato la percentuale si abbassa al 4%.

QUANTO COSTA UNA BADANTE
A questo punto, analizziamo i costi per capire quanto costa una badante. A incidere sul costo del lavoratore sono vari elementi: innanzitutto l’orario settimanale di lavoro, ma anche il suo livello di preparazione e gli anni di servizio. I costi annui, rende sempre noto DOMINA, variano dai 2mila euro (5 ore a settimana) ai quasi 15mila per una assistenza di 54 ore con convivenza.

SPESA PUBBLICA INSUFFICIENTE
Tale situazione si innesta in una realtà – quella nazionale – nella quale la spesa globale per famiglia, infanzia e disabilità, risultano tra le più basse d’Europa dove, peraltro, il 30% delle persone con disabilità è a rischio povertà.
Ricorda sempre DOMINA che tra il 2008 e il 2013 la percentuale del Pil destinata alle tre voci famiglia, infanzia e disabilità è rimasta sempre compresa tra il 2,5% e il 2,9%, per poi registrare un piccolo aumento (+0,4 punti) nel 2014. Negli ultimi quattro anni il valore è rimasto pressoché costante, attestandosi nel 2017 al 3,4%. Siamo molto lontani dai valori dei Paesi scandinavi (Danimarca 8,4%, Svezia 6%, Finlandia 5,8%), ma anche dalla media Ue (4,3%).

IL PESO SU FAMIGLIA E CAREGIVER
In che cosa si traduce questa scarsità di risorse? Nella solita risposta: la famiglia copre le lacune e si accolla il peso assistenziale ma anche quello gestionale di anziani, disabili, bambini. Riferendoci nello specifico alla disabilità, se una famiglia non ha i soldi per pagare la badante del nonno o dell’assistente al familiare disabile, come fa? Uno o più dei suoi componenti diventano caregiver familiari. Diventare caregiver di un congiunto non autosufficiente significa, lo ricordiamo sempre, dover fare i conti con una conciliazione cura/lavoro che nella maggior parte dei casi si conclude in un abbandono dell’occupazione professionale, semplicemente perché è difficile, se non impossibile, trovare un accomodamento tra permessi, ferie da prendere, giornate da organizzare, e lavoro normale.

LAVORO, DONNE E WELFARE
E se c’è un lavoro da lasciare in famiglia per potersi dedicare alla cura di un familiare, quale si lascia? Quello meno remunerativo, in genere: ovvero, spessissimo, quello della donna. Ecco uno dei motivi per cui ad essere caregiver familiari sono soprattutto donne: sotto questo aspetto il loro lavoro solitamente è quello più sacrificabile della famiglia.
E qui si innesta un’altra urgenza del nostro Paese, citata peraltro tra le priorità di Mario Draghi: la parità di genere, che in Italia è ancora lontana. Su questo il neo premier sembra avere le idee chiare, espresse nel suo recente discorso: “La mobilitazione di tutte le energie del Paese nel suo rilancio non può prescindere dal coinvolgimento delle donne. Il divario di genere nei tassi di occupazione in Italia rimane tra i più alti di Europa: circa 18 punti su una media europea di 10. Dal dopoguerra ad oggi, la situazione è notevolmente migliorata, ma questo incremento non è andato di pari passo con un altrettanto evidente miglioramento delle condizioni di carriera delle donne. L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo. Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi”.
E’ in particolare in questo punto del discorso che si intravede un importante indirizzo di sostegno che centri l’obiettivo principale che oggi limita le donne tra la scelta della professione e il lavoro familiare: “Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro. Garantire parità di condizioni competitive significa anche assicurarsi che tutti abbiano eguale accesso alla formazione di quelle competenze chiave che sempre più permetteranno di fare carriera – digitali, tecnologiche e ambientali. Intendiamo quindi investire, economicamente ma soprattutto culturalmente, perché sempre più giovani donne scelgano di formarsi negli ambiti su cui intendiamo rilanciare il Paese. Solo in questo modo riusciremo a garantire che le migliori risorse siano coinvolte nello sviluppo del Paese”.

Ci auguriamo tutti che questi temi, intersecandosi tra loro, richiamino politiche trasversali in grado di supportare realmente un welfare che altrimenti rischia di lasciare indietro, ancora una volta, i più fragili.

 

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