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La prima cosa che colpisce nel leggere “Il liceo”, l’ultimo romanzo di Alessandro Berselli, è che è un libro snello, asciutto, rapido. Dove i termini non sono riferiti al numero di pagine, affatto poche, e del tutto in linea con analoghe letture, ma proprio per la sua scorrevolezza, fluidità, agilità del narrato.

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di Bruno Izzo

Si badi, per quanto slanciato e spedito, è però un racconto ben scritto, una trama fitta di eventi, una storia che si legge con curiosità ed interesse, minimalista e perciò perfettamente immersa nei giorni nostri. Ci presenta un susseguirsi incalzante di fatti a incastri logici e normali, nonché avvenimenti pressanti sebbene usuali del vivere quotidiano, anche se non coinvolgono propriamente i comuni mortali ma in questo caso le classi elette e privilegiate, d’altra parte sono parte dell’umana varietà anche loro. Il racconto emoziona e coinvolge, vibra con toni lievi, ci fa sorridere, sorprende, presenta protagonisti vividi e reali, mai abbozzati ma sempre tracciati a luce piena, seppure con brevi segni.
A proposito dei quali oserei dire di più: Alessandro Berselli non crea i suoi personaggi e poi li caratterizza, li vive. Con un realismo pragmatico e psicologico impressionante.
Compie lo stesso lavoro che sono soliti effettuare gli attori della Actors Studio di New York, giusto per intenderci: non interpretano i loro personaggi, nemmeno si immedesimano, ma diventano quelli.
Così Berselli: ad esempio, non delinea un professore filosofia, Lorenzo Padovani, si incarna in esso, si impossessa del suo animo; perciò, lo vive, non lo interpreta, e la resa è stupefacente.
Non usa il suo linguaggio, ma la sua lingua, veste come lui, mangia come mangia il professore, è come quello un giovane del suo tempo, immerso nelle identiche situazioni quotidiane, con le sue caratteristiche, il suo stile, è esattamente quello che appare, una brava persona con una bella etica.
Berselli/Padovani non cita i maggiori autori della filosofia, ne discorre comunemente; non delinea il loro pensiero e le loro teorie, ne fa tranquilla conversazione spicciola; non scorre i menù delle varie gastronomie, li gusta riportando sapori e sensazioni, non sorseggia vino, ne esalta il sapore indicandone l’etichetta precisa. Ascolta con attenzione e ironia il cameriere che informa serissimo:
“…Il pane naturalmente è a lunga lievitazione in modo da neutralizzare gran parte dell’acido fitico contenuto nella crusca”
L’autore vive nel suo personaggio protagonista principale, trasmuta in quello.
Così per gli altri comprimari.
Questo presuppone creatività e particolare sensibilità di artista, ma anche fatica e disciplina.
Disegna un quadro delineato nella cornice, ma ricco di particolari minuti ed essenziali, quindi ben rifiniti; non è un racconto per immagini, non una sceneggiatura cinematografica però, intendiamoci, ma una buona lettura, non un capolavoro ma una piccola chicca, è un ascoltare i protagonisti in presa diretta, attraverso la parola scritta.
Berselli è narratore, non un regista; dal suo comporre nero su bianco viene fuori un romanzo completo, preciso, dettagliato: pertanto incisivo ed esauriente, poiché i particolari sono delineati non tanto per far scena e coreografia, ma per rendere al meglio personaggi e situazioni.
Lo scrittore bolognese ci offre qui un buon lavoro, energico e fruttuoso, meritevole di rispettoso omaggio, si vede qui chiaro e tondo soprattutto l’impegno e lo sforzo dell’autore per porgere al lettore un lavoro più volte rifinito e rielaborato allo scopo di contribuire, per quanto gli è possibile, ad esorcizzare con un’immagine vincente, quella di Padovani appunto, protagonista principe del suo lavoro, le recenti paure covidiane. Non a caso, nelle postille finali, normalmente riservate ai consueti ringraziamenti da parte dell’autore, Berselli sorvola per sottolineare invece quanto la scrittura, e di converso la lettura, abbiano contribuito in qualche non irrisoria misura a rendere lievi i giorni del lockdown, a sé stesso ed al popolo dei lettori.
Tra i settori maggiormente stravolti dall’emergenza pandemica, e forse il primo, oltre alle strutture di soccorso ed ai sanitari impegnati in prima linea, è da annoverare certamente la scuola: da qui il titolo.
Questo è una storia da ascoltare tramite la parola, allora i vocaboli richiamano esattamente i concetti, il titolo rimanda alla scuola: da notare, l’intera vicenda interessa per la maggior parte una scuola in presenza, dove la didattica, una formazione scolastica di altissimo livello, è esplicata esclusivamente in vivo e de visu, in diretta contrapposizione ai tempi della reclusione forzata, allorché era giocoforza ricorrere alla ben nota, e magari famigerata DAD, didattica a distanza. Il libro fu scritto e perfezionato allora, in tempi di coprifuoco perenne, in un certo senso si è rivelato un portafortuna, incrociando le dita è stato edito giusto in coincidenza con il ritorno sui banchi dal vivo. Quasi un talismano.
Non si creda però che il lavoro verta sulla scuola come istituzione, sul mondo della formazione dei giovani o simili, nemmeno è un giallo o un noir come lo svolgersi degli eventi succedentesi nella trama potrebbe indurre a credere.
Se un evento traumatico, forse delittuoso c’è, è perché rappresenta l’elemento di rottura, il punto di non ritorno cui nemmeno un privilegiato dell’esistenza può impunemente oltrepassare; direi di più, è un pretesto, uno stiletto volto a squarciare il velo di ipocrisia che copre le azioni disdicevoli di un certo tipo di umanità, cui i privilegi sociali acquisiti, spesso mai per merito proprio, ne stravolgono l’etica individuale, alterano la normale scala di valori di qualsiasi società che voglia dirsi civile, propagandosi all’intorno come la più virulenta delle epidemie.
Solo l’acquisizione di un pensiero, di una dirittura esemplare, di una retta coscienza filosofica, riconduce l’esistenza ai canoni squisitamente umani, gli unici accettabili, quelli volti al bene, alla solidarietà, all’empatia, è la cultura, la conoscenza, la condivisione, la compartecipazione empatica che quelle forniscono ciò che conferisce un’immunità permanente contro i guasti di un certo tipo di comportamento.
In sintesi, che dona un’indipendenza di giudizio: il valore aggiunto di un buon educatore.
Non a caso il protagonista principale è il prototipo della persona per bene, ricca di valori, manco a farlo apposta un docente di filosofia.
“…Insegnare non è soltanto conoscere una disciplina e trasmettere agli altri il proprio sapere. Entrare in classe e lavorare con gli studenti vuol dire anche comprendere la loro complessità emotiva e psicologica. Se un educatore non capisce questa cosa, la sua missione fallisce miseramente.”
Un’anima pura, il buono della storia, il bene per eccellenza, a maggior ragione perchè i suoi buoni sentimenti non gli derivano da esperienza diretta di vita, infatti è giovane, addirittura giovanissimo per il ruolo conferitogli, un’eccezione, appunto.
La filosofia, intesa come rettitudine, è quanto rende eccezionale l’uomo.
L’amore per la sapienza è un concetto da diffondere, include la compassione e solidarietà per i propri simili, solo allora la filosofia è salvifica, acquisisce un senso pragmatico.
Quindi, malgrado titolo e location, questo romanzo è una sottile considerazione sul pensiero umano. Sulle azioni degli uomini, e sui pensieri reali e concreti che li inducono a compiere certe scelte e non altre, il loro sforzo per nascondere spesso invano la propria vera e triste essenza.
Il pensiero appartiene a tutti quanti dotati di raziocinio, in questo libro non si fa filosofia, non la fa nemmeno il protagonista principale che la materia la insegna come titolare di cattedra.
Questo è un racconto pratico di scelte, di etica, di morale, indirizza gli attori al bivio tra umanità e mera malignità egoistica, li segue nel loro agire per libero arbitrio.
Lo stesso pensiero razionale chiarisce che le azioni umane, allorché meschine e negative perché dettate da sentimenti di natura prettamente egoistica, triste, malsana, non troverebbero mai approvazione in un contesto ammodo e rispettabile: serve quindi celarle.
Talora, più spesso, inutilmente, è sforzo vano, i pensieri come i nodi vengano al pettine, le miserie si rivelano tali anche in un campus per eletti o presunti tali.
Lorenzo Padovani, il protagonista principale, a soli 27 anni è già abilitato all’insegnamento della Filosofia nei licei, e con pieno merito, può vantare infatti un curriculum da primo della classe, decanta una preparazione che definire eccellente sarebbe riduttivo, ha portato a termine studi e stages, tutti conseguiti con applicazione, passione, impegno e fatica personale.
Non è un giovane rampante della Milano dei giorni nostri, è un giovane già arrivato.
E bene in alto anche, gli viene conferito il prestigioso incarico di ruolo presso il liceo Modigliani.
Non un qualsiasi istituto dell’istruzione pubblica, ma la scuola degli eletti, più un campus americano che un liceo nostrano, con rette altissime e residenze interne per allievi e docenti, frequentato quindi esclusivamente dai rampolli della società bene, figli di ministri, industriali, grandi imprenditori, i mammasantissima di ogni società, è un santuario dove si preparano le classi dirigenti del futuro, quelli che succederanno ai loro padri.
“…Secondo il “Wall Street Journal” siamo la terza scuola nel mondo per qualità di preparazione e posizionamento accademico.”
Solo che Padovani è assai più di un insegnante, per quanto colto e preparatissimo, ha in sé, affinata per indole e educazione, oltre che per gli studi compiuti, una qualità che dovrebbe essere compresa nel bagaglio di ogni docente che si rispetta, ma troppe volte si perde per strada.
Lorenzo Padovani non insegna, educa: non enumera perché vengano memorizzati supinamente e restituiti a richiesta teorie, autori ed evoluzioni del pensiero filosofico.
Il professore stimola i suoi allievi perché tirino fuori il meglio di sé stessi, diventino gli unici autori e responsabili della propria vita, creino da sé un proprio pensiero, si costruiscano una personale filosofia di vita, gestiscano in prima persona la loro vita, si rendano membri onorevoli dell’Umanità a pieno titolo. Uno di quei professori che:
“…dovrebbero proteggere gli studenti, aiutarli a diventare grandi, assolvere l’importante funzione di educatori…”
Educare significa in primo luogo ascoltare: Padovani ascolta i suoi ragazzi, poi la sua dottrina, la sua empatia, il suo essere sodale gli rimanda le immagini speculari della realtà, ognuno è esattamente quello che è, al di là del bene e del male, un dirigente intransigente è in verità una persona disdicevole, una sorella ilare esprime così il suo affetto costante, una collega scanzonata mostra in questo modo il suo essere una donna innamorata, un’allieva ribelle denota un carattere difficile perché debole.
Non esistono superoi o superuomini, ci pensa la giustizia, la legge, le forze dell’ordine a raddrizzare reati e storture. Un buon professore si deve limitare a educare, inculca un’idea positiva del vivere da uomo, con amore, coltivando sentimenti etici. Un’ottima filosofia del vivere.

 

 

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