Una saggezza silenziosa: dalla lingua dei segni al mio romanzo

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Il silenzio non è assenza di suono, è uno sguardo, uno stato dell’anima”: Stefano Corbetta, autore di un romanzo in cui il protagonista è Leo, bambino sordo dalla nascita che si rapporta al mondo grazie alla Lingua dei segni, su ilLibraio.it racconta la storia travagliata di questa forma di comunicazione in Italia

Un viaggio nella forma del silenzio

Ogni viaggio delle idee è un viaggio delle parole, un movimento verso la rappresentazione del mondo. Lo sanno bene i filosofi, gli scrittori, gli scienziati, lo sanno gli artisti che cercano nuove forme estetiche per raccontare e scavare nel proprio tempo, o se sono abbastanza coraggiosi per farlo, per immergersi nel proprio io profondo. Il linguaggio è arte in quanto inventa e ogni forma di linguaggio ha una sua storia, una sua evoluzione, precise regole, un sistema strutturale, e come tutte le cose muta, si ridefinisce ogni volta secondo canoni che, venuto il loro turno, verranno messi in discussione, scardinati, portati sul banco degli imputati perché accusati di non essere più in grado di raccontare il mondo che loro stessi abitano.

Tre anni fa ebbi un incidente a una gamba e fui costretto a rimanere a letto per un mese. Mi accorsi che l’unico antidoto efficace al dolore che saliva dalla caviglia fino all’inguine erano le immagini. Guardai diversi film e annotavo su un taccuino i titoli. Qualche settimana dopo feci un sogno: un uomo e una donna gesticolavano in silenzio seduti a un tavolo, comunicando con la Lingua dei segni; sul volto di lei c’era sgomento, e quello di cui ero certo, era che l’uomo stesse raccontando della scomparsa di un bambino. Il mio inconscio aveva elaborato gli elementi narrativi di Arrival, il film di Denis Villeneuve basato sul racconto Story of your life di Ted Chiang, ricomponendoli secondo un criterio imperscrutabile, creando un punto cieco che mi interpellava per potersi svelare.  Era indispensabile, a quel punto, entrare nella scena, comprendere quanto più possibile, inventare, anche, perché è attraverso la finzione che l’indicibile si rivela, e con esso le regole che lo governano.

Così mi sono immerso in un mondo che non è il mio, il mondo dei sordi. Ho cercato di farlo senza idee preconcette, e con reverenza, perché ho sempre pensato al silenzio come a un luogo rivelatore, alle cui porte si potesse essere condotti soltanto attraverso un lungo cammino, una sorta di iniziazione a un idioma che intuivo essere molto più profondo delle parole. Il silenzio non è assenza di suono, è uno sguardo, uno stato dell’anima. In questo senso non posso non pensare a Beethoven e ai suoi ultimi dieci anni di vita, quando la sordità lo aveva rinchiuso in uno spazio e un tempo che era soltanto il riverbero del mondo. Lì la musica si elevò a perfezione. Beethoven, con i piedi nel Romanticismo, il suo corpo schiacciato dalla malattia, travalicò l’Ottocento e scrisse il suo miracolo, gli ultimi quartetti per archi, musica che potrebbe essere stata concepita a cavallo delle due Guerre. Nessuno potrà mai sapere quanto la vastità di quel silenzio abbia amplificato la sua anima, ma è certo che Beethoven vide il futuro, forse pensando che il suo presente fosse soltanto la disperata ricerca di una consolazione definitiva.

Ed è stata con questa idea in mente di forza creatrice e visionaria che mi sono avvicinato alla Lingua dei segni e alle persone che comunicano attraverso la creazione di schemi visivi di pensiero in cui le cose prendono vita non per il suono del loro nome, ma per come vengono rappresentate. Entrare in una nuova lingua richiede tempo, così come accade a Louise Banks, la linguista che in Arrival viene ingaggiata dal governo americano per cercare di creare un canale comunicativo con gli Eptapodi, extraterrestri simili a calamari giganti che si esprimono con getti d’inchiostro, disegnando semagrammi sospesi nell’aria. Ogni limite ci spinge a trovare un varco invisibile, di fronte a ogni ostacolo cerchiamo di capire dove sia la falla, il punto esatto in cui appoggiare il dito e aprire la crepa.

C’è una cosa di cui sono profondamente convinto: il limite del linguaggio apre una saggezza silenziosa. I pensieri muoiono nel momento in cui prendono forma di parole, scriveva Schopenhauer. Entrare nel mondo dei sordi, pensare a una storia in cui il fulcro fosse un vuoto interpretativo, significava per me trasformare il mio modo di pensare alle parole, cercarne una forma visiva, far parlare i corpi.

Era importante comprendere il contesto storico in cui la Lingua dei segni si è sviluppata. Così ho scoperto che la LIS è una lingua storico naturale che, al pari di tutte le altre lingue, ha un proprio sistema strutturale. Ho scoperto che la storia dei sordi in Italia si contraddistingue da quella di altri Paesi del mondo per una serie di vicissitudini, a partire dal 1784, quando il sacerdote Tommaso Silvestri fondò a Roma la prima scuola per sordi, dando il via a un percorso che portò alla luce una popolazione di sordi colta e istruita. Poi arrivò il Congresso Internazionale degli educatori dei sordi, che ebbe luogo a Milano nel 1880, e tutto cambiò. Il Congresso bandì l’uso della LIS nelle scuole, che ne vietarono l’uso e licenziarono gli insegnanti sordi. Il metodo ufficialmente riconosciuto divenne l’oralismo, cioè la lettura delle parole sulle labbra, “il metodo più naturale e più efficace (…), il metodo oggettivo, quello cioè che consiste ad indicare colla parola, poi colla scrittura, gli oggetti e i fatti presenti agli allievi” (art. 4a della risoluzione del Congresso). Solo la parola li avrebbe salvati, perché in principio era il Verbo, e il Verbo era Dio. La scelta oralista ebbe un effetto nefasto sull’educazione dei giovani sordi e sul loro sviluppo identitario, soprattutto sui bambini, privati del loro istinto a esprimersi secondo una legge naturale. Lì era nascosto il fulcro di quel sogno, lì la storia si apriva seguendo un punto di fuga che mi avrebbe portato a vedere ciò che inevitabilmente non voleva mostrarsi. Mi sono addentrato nel romanzo concedendomi il privilegio di non sapere dove stessi andando, con la speranza di ritrovare il bambino scomparso e la certezza che cercare una forma del silenzio avrebbe cambiato il mio modo di guardare il mondo.

IL LIBRO E L’AUTORE – La forma del silenzio racconta la storia di Leo, un bambino di sei anni che, nonostante la sordità che lo affligge dalla nascita, vive un’infanzia serena grazie all’affetto dei suoi genitori e di sua sorella Anna, che comunicano con lui tramite la Lingua dei segni. Quando arriva il momento di iniziare la scuola Leo viene mandato a Milano, lontano da casa, in una scuola che accoglie bambini come lui, in un momento in cui però è vietato usare a scuola la Lingua dei segni. Per Leo inizia un momento di grande silenzio, in cui la realtà è quasi impossibile da comprendere, fino a che, una notte d’inverno del 1964, Leo scompare. Diciannove anni dopo Michele, un compagno di scuola di Leo, si presenta a casa della sorella Anna, per raccontare la sua storia e anche quella di Leo.

Stefano CorbettaMilano, classe 1970, alla professione di arredatore di interni ha affiancato una lunga esperienza come batterista jazz, per approdare poi alla scrittura. Ha pubblicato due romanzi: Le coccinelle non hanno paura (Morellini, 2017) e Sonno bianco (Hacca, 2018). È stato incluso nell’antologia Lettere alla madre (Morellini) e nelle raccolte di racconti Polittico (Caffèorchidea) e Mosche contro vetro (Morellini).

Fotografia header: Foto di Sara Alberghini

 

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