Siamo in Iran e questa è la storia di Aga Akbar. Per vivere ripara tappeti, è sordomuto e in lui scorre sangue nobile: è il figlio illegittimo dello Scià.

Aga Akbar non parla, gesticola. Nessuno può insegnargli a leggere e scrivere. Ma suo zio vede in lui una necessità enorme di esprimersi, di raccontare storie. Per questo, lo manda nella grotta del Monte Zafferano dove c’è un’iscrizione in caratteri cuneiformi che nessuno sa decifrare. Aga Akbar copia e ricopia quei segni sul suo quaderno fino a riuscire in qualche modo a fare suo quel codice. A questo punto può iniziare a scrivere la sua storia.

L’altro narratore di questa storia è suo figlio, Ismail. Studente brillante che si oppone al regime ed è costretto a scappare e a trovare rifugio politico in Olanda, lontano da casa, pieno di speranza ma anche di sensi di colpa per aver abbandonato il padre e la sua famiglia.

Anche lui trova sollievo nella scrittura, e precisamente nell’ardua impresa di tradurre il manoscritto del padre.

Aga Akbar è sordomuto e scrive in caratteri sconosciuti che ha imparato da solo.

Ismail traduce quei caratteri cuneiformi in nederlandese, lingua che sta appena iniziando ad imparare.

Lo stile che ne risulta non può che essere semplice ed essenziale e funziona benissimo, si adatta perfettamente alla storia.

Un libro veramente bello ed originale, che fonde in modo armonioso tanti elementi diversi ed importanti per la riuscita del romanzo:

le atmosfere magiche dell’Iran, tra tappeti volenti e cime innevate; personaggi straordinariamente umani a cui ci si affeziona subito; un po’ di storia dell’Iran, dagli scià, al regime di Khomeini alla guerra con l’Iraq; il tema del rapporto tra padre e figlio; il tema dell’esilio e una forte componente autobiografica, in quanto quando Kader Abdolah parla di Ismail, in realtà parla molto di sé stesso.

Un libro che fa viaggiare lontano, in posti esotici, tra incanto e incubo… e per me un nuovo prezioso autore tutto da scoprire.

Recensione di Monica De Giudici

 

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