Questo è un romanzo pregevole, ma soprattutto lodevole, scritto da una donna, e che parla di donne, e che donne: le “Portatrici”, non donne di straordinarie virtù, ma donne eccezionali per la semplice e sola piena appartenenza al genere, in tutti i sensi, pratici e sentimentali, donne di braccia e di spirito, sempre e comunque.

di Bruno Izzo

La coerenza è più spesso un attributo del genere femminile, delle Portatrici sicuramente.
Donne compiute, complete, esaurienti, esaustive: Dio, se davvero esiste, deve essere Donna.
Con “Fiori di roccia” Ilaria Tuti ha sospeso crediamo e ci auguriamo solo pro tempore, i temi e i personaggi di successo dei suoi testi precedenti, con coraggio inusuale per un autore, in verità.

Ha qui voluto altro, si è spesa magistralmente a ricordare le figure di donne, spesso misconosciute a molti, figure realmente esistite, donne meritevoli di ogni elogio e di ogni onore, rievocate con precisione e rigore storico, con struggente intensità, incisività nella descrizione, espressività ed efficacia narrativa.
Un libro scritto bene, curato nei minimi particolari, frutto evidente di un lungo lavoro di ricerca e di cesello, elaborato con diligenza e fervore, con forza e pazienza, con passione e patema, che sono poi tutti i sentimenti che caratterizzano la protagonista e le sue compagne, quasi che Ilaria Tuti abbia letteralmente trasferito, nel suo scrivere, l’intimo dei suoi personaggi, creati sullo stampo di donne realmente esistite.
Donne che scelsero di essere libere. E lo fecero in tempi non sospetti, e poco permissivi, quelli della Prima guerra mondiale sul fronte italiano della Carnia.
Venendo meno a sé stesse, per gli stereotipi del tempo, e pagandone un caro prezzo.
Lo dice chiaro la protagonista, la giovane Agata Primus:
“Ho scelto di essere libera.
Libera da questa guerra, che altri hanno deciso per noi.
Libera dalla gabbia di un confine, che non ho tracciato io.
Libera da un odio che non mi appartiene e dalla palude del sospetto.
Quando tutto attorno a me era morte, io ho scelto la speranza.”

Agata Primus è nata e vive da sempre nell’alto Friuli, sulle Alpi Carniche, è una giovane, come le sue coetanee, tipica dei luoghi, non ha assolutamente vita facile, tra fame, stenti, miserie, date le condizioni dell’epoca, ma ha animo e corpo sodi, avvezzi alla fatica e al sacrificio richiesto dall’esistenza, lo accetta e ne sa sorridere.
Le donne di quei luoghi sono Donne come Dio comanda, il solo modo di sopravvivere; e Agata è il campione maggiormente esemplificativo, scolpita nelle rocce della Carnia, è tosta e decisa, risolta e determinata, senza che queste sue caratteristiche sminuiscano in qualche modo la propria essenza di femminilità.
Agata è figlia dei tempi e dei luoghi; la guerra infuria, l’esercito austro ungarico superiore in tutto preme sulle roccheforti alpine per l’imminente invasione, e l’Esercito Italiano, nella persona dei gloriosi soldati originari del posto, gli Alpini, resistono strenuamente per come e quanto possono, data l’inadeguatezza del nostro Comando Generale, e la scarsità di mezzi, approvvigionamenti e vie di rifornimento.

Orfana di madre, educata con semplicità e determinazione al rispetto di pochi elementari valori di vita, la giovane donna si occupa del padre al termine della propria esistenza, e svolge il suo compito non come dovere ma appunto come valore, come impegno che reca sacralità all’esistenza propria e di chiunque, esattamente come dovrebbe essere: “…nell’inverno della vita, sacra è la presenza che si prende cura della dignità umana”
Tanto sono genuini e di valore i suoi principi, che sono gli unici che le danno modo di resistere alle lusinghe e alle sgradite attenzioni di Francesco, lo stalker locale, imboscato e malsano: “Riconosco che cosa mi disturba di Francesco: l’essere estraneo alla fatica, a quella lotta per la sopravvivenza, una lingua che lui non ha mai dovuto imparare.”
Una lingua che Agata e le sue compagne Lucia, Viola, Maria, Caterina, e altre ancora, conoscono benissimo; le Portatrici, e solo loro, sono poliglotte quando si tratta di capire e immedesimarsi completamente nelle necessità, negli obblighi e nelle fatiche del difficile vivere quotidiano.
Perciò, quando il comando militare italiano si rende conto che la guerra sulle più ardite vette alpine non può nemmeno iniziare senza un minimo di trasporti di tutto quanto serve in alta quota, per sentieri inaccessibili finanche ad asini e muli, ecco spuntare l’idea di” reclutare” le ragazze dei luoghi.

A pagamento, certo, poco più che simbolico, ma le giovani si prestano senza discutere, nemmeno per senso di dovere o malinteso amor patrio, esclusivamente per spirito tutto femminile di umana compartecipazione, vogliono condividere con i soldati i loro sforzi in nome di un valore di libertà e unione tra simili che riconoscono reale e non demagogico, o assurdo e fittizio ideale.
Gioco forza la mano d’opera femminile è l’unica forza rimasta non impiegata come combattente, non ancora almeno, e s’impiega perciò senza ulteriore indugio perché si carichino sulle spalle, nelle loro caratteristiche grandi gerle di robusti vimini, di materiali di ogni tipo, armi, viveri, munizioni, medicine. Per poi trasportarle sulla schiena, a piedi e per ore, con una fatica bestiale, con le cinghie che segano la carne della schiena, seguendo percorsi scoscesi e inaccessibili, noti solo alle native dei luoghi, in ogni condizione climatica, sotto il tiro dei “diavoli bianchi”, i cecchini nemici ben mimetizzati nella neve data la loro tuta mimetica.
Non solo; ma nel percorso inverso, continuano a portare pesi: quelli dei panni e delle cose dei soldati, perché con premura tutta femminile si offrono di lavarli o accomodarli per rendere in qualche modo maggiormente confortevole il rischioso soggiorno al fronte dei loro” ragazzi”.
Anche di altri pesi si caricano nella discesa a valle, questi molto più sgradevoli ma effettuati con pari cure e affettuosa premura e sollecitudine, il trasporto dei morti, dei feriti, e degli oggetti e dei ricordi da riconsegnare alle famiglie di quelli nemmeno più integri perché smembrati dagli esplosivi.

Un simile lavoro, svolto con dignità, sollecitudine, efficacia vale alle ragazze il rispetto del capitano comandante e dei soldati tutti per le “Portatrici”.
I rudi uomini temprati dagli orrori della guerra sono immensamente grati a coloro che sono le uniche a ricordargli che la vita non è, non può essere, solo un orrore continuo.
Imparano a rispettare, ad ammirare incondizionatamente, se non ad amare, queste giovani che letteralmente rappresentano un alito di vita, un colore gaio, un fiore tra quelle rocce intrise dal sangue dei caduti; e le Portatrici lo sono per davvero fiori, sono i fiori di roccia, gli unici che in quei luoghi possono crescere, e crescono, gentili, amabili, stellari, in una parola femminili: le stelle alpine.
Vanno su e giù sulle vette, fra trincee e camminamenti, i piedi stretti nelle loro caratteristiche “scarpetz” fatte di strati di stoffa, isolanti e silenziose, da loro stesse cucite, magari durante i loro viaggi, cosicché le mani non restino inoperose.
Fabbricate anche a uso degli stessi soldati, perché possano sorprendere il nemico in silenzio.
Sono incredibilmente femminili, queste ragazze, e come donne s’innamorano, chi del capitano, chi di qualche alpino che suscita in loro un dolce sentimento, e per quest’amore magari si carica di munizioni pesantissime perché il ragazzo interessato abbia un motivo in più per attenzionarla.
Donne così non possono che essere ammirate finanche dallo stesso nemico: italiani e austriaci si ritrovano perciò uniti e concordi almeno in una cosa, nella stima e nel rispetto dovuti alle “Dar Trogarinnen”, Le Portatrici.
Le Portatrici portano tutto, ma soprattutto se stesse, come dire, portano Amore, il vero amore è portato sempre e solo, quando serve, da mani di Donna.
Non donne eccezionali, ma Donne nel senso più completo, universale, della parola: capaci di fatica, di sforzi immaginabili, di travagli inenarrabili, anche di usare un fucile come e meglio di un uomo, di scovare e sparare ad un “diavolo bianco”
E con pari misura sono Donne, sanno amare e innamorarsi, affezionarsi e prediligere le persone e non le nazionalità, apprezzare e voler bene alle cose della vita, sotto ogni cielo, libere di essere quello che meglio sanno essere: Donne.

Hanno ragione loro, hanno sempre ragione le donne come le Portatrici.
Decenni dopo, negli stessi luoghi, le rocce si polverizzano di nuovo, ma non per le bombe degli uomini, stavolta, ma per una bomba di Natura, un terremoto, l’immane sisma in Friuli del 1976.
E si avverrà quanto le Portatrici decenni prima avevano già compreso, ben più di tanti altri:
“L’esercito austriaco ha violato diversi trattati per giungere qui a soccorrere il Friuli in ginocchio.
È un invasore pacifico, che aiuta a sollevare macerie e a ricostruire, invece di distruggere.”
Tutto quanto descritto è realmente avvenuto, e non inventato di sana pianta.
Sono esistite davvero queste insolite trasportatrici su roccia, veri e propri corrieri delle alpi, con la loro Storia, ancora poca nota al grande pubblico, etichettate come “Portatrici”.
Ilaria Tuti ha il merito notevole di questa rievocazione, ne ha tratto un gran libro, bello, emozionante, da cui è difficile staccarsi, l’espressione giusta è carezzevole, ti tiene letteralmente inchiodato alla pagina accarezzandoti il cuore con la leggiadria di una piuma, ma ti accorgi poi che piuma non è, è un fiore, semplicissimo e proprio per questo tenace.
“Fiori di roccia” piace, è delizioso e accogliente, commovente e accorato, toccante, scorre fluido, i capitoli finali sono una continua emozione struggente a rotta di collo, un fluire rapido di un fiume in piena che scorre tumultuoso tra le rocce della Carnia, alimentato a dismisura dai ghiacciai eterni, in un susseguirsi di rapide e cascate, fra rocce e strette gole.
Quale sia il carattere che permea tutto il testo e rende il romanzo fine ed elevato, sta in una sola parola, l’ultima vergata da Ilaria Tuti, e per lei da Agata Primus, letteralmente l’ultimo vocabolo del libro: “Umanità”.
“Fiori di roccia” è un condensato di questo, non altro, ed è Donna.

Sono solo Donne, le Portatrici.

 

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