Il romanzo distopico è, per definizione propria, un racconto profetico o presunto tale, che basandosi su un qualche segno premonitore dell’attualità, filtrato dalla sensibilità e fantasia di un autore, immagina un ipotetico futuro, di solito prospettando uno scenario negativo dell’evoluzione dell’esperienza umana con il trascorrere del tempo.
Se quanto presagito per il futuro prossimo o remoto è qualcosa che si avveri poi realmente, rappresenta sempre un avvenimento insolito e affascinante insieme, strappa il convinto plauso ai lettori post edizione del romanzo, e parecchio tempo dopo anche, per l’incredibile fantasia sciorinata dall’autore nell’ipotizzare situazioni e avvenimenti che poi, in qualche modo, richiamino il contesto di quanto effettivamente realizzatosi.
Intendiamoci, non succede mai esattamente quanto ipotizzato, sarebbe oltremodo impossibile, nessuno vanta simili incredibili capacità divinatorie, ma ci si avvicina spesso parecchio, soprattutto in certi sviluppi assolutamente logici nel loro divenire, e parimenti tragici, che portano ai possibili e veritieri nefasti scenari.
È quanto già avvenuto appunto per i capisaldi della letteratura distopica, opere notissime ormai leggendarie, come “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, il celeberrimo “1984” di George Orwell e il più recente “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood.
Forse meno conosciuto, e scritto qualitativamente con forma, stile e fluidità di lettura un gradino sotto i precedenti citati, è questo “La notte della svastica” di Katharine Burdekin.
Un romanzo che presenta però delle caratteristiche sue peculiari, che denotano un’abilità, una fantasia, un modo di elaborare la realtà del proprio tempo e mostrarla con arte e sensibilità, raccontarla con un “sentito” forte.
Indizio di un’emotività intensa dell’autrice, che riesce a captare con assoluta chiarezza certi sentimenti ancora ai primordi nel suo tempo, addirittura ben celati e mistificati dall’autorità vigente all’epoca, e che però sono veri, reali, possibili, e solo per poco, e per fortuna, non si sono fattivamente realizzati come nelle funeree previsioni.
Il romanzo, infatti, è stato scritto nel 1937, ben prima della definitiva affermazione totalitaria del nazismo, dello scoppio della seconda guerra mondiale, dei patti di acciaio, delle innumerevoli vittorie nella guerra lampo delle forze tedesche, dell’alleanza con il Giappone per la creazione di un malefico e malaugurato impero mondiale.
Eppure in qualche modo se li configura tutti, o quasi, e in epoca non sospetta, quasi l’autrice fosse in possesso di una futuristica macchina del tempo che le permette di vedere in anteprima il tempo che sarà, e resocontarlo con il senno di prima.
Profetizza fatti realmente realizzatisi, come l’avvento di Adolf Hitler, non tanto alla guida totale della Germania nazista, quanto al suo ingresso in pompa magna nel Valalla dei nibelunghi, la mitizzazione ed esaltazione estrema, anche nel fisico, del piccolo e insignificante caporale austriaco, che lo porterà in pompa magna nell’empireo degli dei per tutti i tedeschi, sull’onda della cavalcata delle Valchirie di Wagner.
L’Adolf Hitler capostipite della nuova società a venire, qualche secolo dopo la fine del vittorioso per lui conflitto mondiale, come efficacemente e verosimilmente descritto in questo romanzo, non sarà certo un misero pazzoide come in realtà era, piccolo e con i baffetti, schizofrenico, megalomane, minato nel morale e nell’etica, burattino nelle mani dei poteri industriali antisemitici della Germania dell’epoca,.
Bensì il primo motore immobile della mitologia germanica, generato e non creato, letteralmente proiettato fuori armato di tutto punto dal cranio di un dio, alto, bello, invincibile, come Atena mitologica fuoriuscita bellamente dal cranio del padre suo e di tutti gli dei Zeus.
Un Adolf Hitler direttamente giunto in Germania a miracolo mostrare dal paradiso degli eroi morti in battaglia, nel quale essi giungono guidati dalle valchirie e, tra esercizi d’armi e banchetti, si preparano alla battaglia finale in difesa e per l’affermazione del nazismo e dei cavalieri eletti.
Un epilogo surreale, tanto più magistrale perché ideato, scritto e edito appunto con il senno di prima, quando ancora pochi prendevano effettivamente sul serio il cancelliere tedesco e l’intera tragica faccenda, e l’epilogo era ben lungi dall’apparire scontato.
Quello che lo contraddistingue ulteriormente, inoltre, è il senso vivissimo del posto in cui sarebbe facilmente relegato l’universo femminile in toto in questa simile prospettiva.
Come nei romanzi distopici precedenti, come in quelli dell’Atwood in particolare, è la donna, la prima vittima di un simile stato di cose.
In un universo marziale e maschilista, militarista e guerrafondaio, ignorante, rozzo, barbaro e triste non può esserci posto e ruolo per amore, garbo, gentilezza, empatia e…logica umana.
Non può essere ammesso che in posizione subordinata il pianeta donna, quindi: che proprio per il suo valore intrinseco di meraviglia, tenerezza, attenzione per l’altro, destabilizza un simile scenario maschile.
Sempre quanto l’uomo si sente minacciato nella sua supremazia di genere, reagisce con violenza: non fa eccezione un simile futuro per quanto solo inventato, in cui la donna è relegata in una misera e disgraziata condizione di mero oggetto sessuale, privo di qualsivoglia diritto o pretesa, volto al piacere del maschio e alla procreazione necessaria di nuovi soldati, di nuovi eletti.
Una società dove addirittura il massimo disprezzo per la donna è dato dall’esaltazione lirica dell’amore omosessuale, da preferire alla copula con l’essere inferiore donna, per quanto invece indispensabili ai fini di ripopolamento.
Nulla di nuovo sotto il sole, come si vede: e la scrittrice per aver ipotizzato questo comportamento inconsciamente o meno percepito come auspicabile e desiderabile dalla maggioranza della razza eletta del suo tempo, fu costretta a celarsi dietro lo pseudonimo maschile di Murray Constantine.
Una storia triste, quindi, con un epilogo tristissimo sui destini dell’umanità, sennonché come spesso accade, in una simile assurda costruzione campata in aria malamente strutturata, basta un solo particolare, un mattone sfilato alla base, a fare crollare miseramente tutta una costruzione all’apparenza stabile.
Un singolo mattone, magari un libro che un mattone a ben pensarci assomiglia, oppure un qualsiasi altro trascurabile particolare come una vecchia foto in bianco e nero, è più che sufficiente a far venir meno una costruzione assurda, che poggia su fondamenta inesistenti.
Una foto per esempio che ritrae un piccoletto con i baffetti a spazzolino in colloquio con un essere inferiore: tutto il castello di assurdità viene facilmente meno, basta così poco a smontare l’assurdo.
Per fortuna, distopia o meno.

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