‘Argus’: arriva l’occhio bionico

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di Agnese Codignola

La visione artificiale, quella prodotta da un occhio che non ha bisogno della sua retina naturale per vedere

Luci e ombre. Sfumature di grigio. Sagome che diventano oggetti familiari. Linee scure su un pavimento che permettono di distinguere un marciapiede da una carreggiata. Così vedono le 34 persone quasi cieche cui sono state impiantate le prime retine artificiali. Magari non è una visione perfetta, come quella di un normovedente, ma per molti di loro, è letteralmente “la luce”, e, nel concreto, la differenza tra una vita dipendente dagli altri e l’autosufficienza. Insomma, i risultati delle sperimentazioni confermano che oggi è realtà quello che fino a solo qualche mese fa era ritenuto un sogno: la visione artificiale, quella prodotta da un occhio che non ha bisogno della sua retina naturale per vedere. E lo strumento di questa rivoluzione è una retina artificiale che dovrebbe ricevere nell’arco di poche settimane il marchio europeo CE e in seguito l’approvazione definitiva da parte della Food and Drug Administration statunitense.

In Italia sarà il Dipartimento di chirurgia oculistica dell’ospedale Sant’Anna di Pisa l’unico centro dove presto inizieranno i primi impianti di queste retine. Come spiega Stanislao Rizzo, che lo dirige: “La retina già approvata è la Argus II, prodotta dalla californiana Second Sight, ed è costituita da una minitelecamera montata su un paio di occhiali che trasmette wireless le immagini captate a un chip posto sopra la zona centrale della retina (il dispositivo è detto epiretinico)”. Come mostra il disegno qui in alto, il chip trasforma le immagini ricevute in segnali elettrici che vengono trasferiti, tramite 60 elettrodi, al nervo ottico, il quale li invia alle zone del cervello deputate all’elaborazione degli stimoli visivi. “Siccome gli elettrodi sono 60, il risultato è un’immagine composta da poche unità (pixel) e dunque assai poco nitida, ma pur sempre straordinaria per chi ha perso la vista”, aggiunge Rizzo. Che però annota: “Il marchingegno funziona solo se il nervo ottico è integro; per questo la retina al momento viene sperimentata solo su malati di retinite pigmentosa, una malattia genetica che causa la degenerazione del tessuto retinico fino alla cecità, ma che non danneggia il nervo ottico. Il risultato, secondo quanto riferito da tutti e 34 i pazienti, è soddisfacente e in linea con le attese”.
 
Insomma, Argus II è la capofila, l’apripista. Con tutte le limitazioni che tecnologie mediche di questo tipo sempre hanno. Ma, mentre si attendono il via libera europeo e quello statunitense per l’apripista Argus II, tanto Second Sight quanto le altre aziende del settore stanno già lavorando a nuove retine, ancora più sofisticate. Dopo Argus II arriverà probabilmente Argus III, che dovrebbe prevedere l’inserimento non di decine, ma di centinaia di microelettrodi, che formeranno un’immagine assai più chiara. Le retine californiane dovranno battersela con i prodotti in via di definizione dalla Retina Implant, azienda tedesca con la quale lo stesso Rizzo sta collaborando, che sta predisponendo la sua retina, Alpha, già provata su tre pazienti, che ha caratteristiche diverse da Argus II. Chiarisce Rizzo: “Nella retina Alpha la minitelecamera non c’è più, perché è il chip (posto non sopra ma sotto la retina, e chiamato subretinico) che capta direttamente le immagini e le trasmette non a 60 ma a 1.500 elettrodi. Il risultato è quindi una visione simile a quella che si può avere con una telecamera non troppo sofisticata, ossia immensamente superiore rispetto ai 60 elettrodi di Argus”. Se Alpha sarà il modello che vince la guerra delle retine artificiali lo dirà una sperimentazione su una quindicina di pazienti, alcuni dei quali italiani.
La competizione è per un settore che promette di essere vastissimo. Perché se oggi queste protesi sono ancora apparecchi buoni per situazioni molto specifiche, l’obiettivo è di estenderne l’uso anche a quei milioni di anziani che perdono la vista a causa di una maculopatia legata all’età. E gli analisti stimano che il business sarà del tutto analogo a quello degli apparecchi acustici. “La situazione attuale, del resto, ricorda quanto accaduto con gli impianti cocleari per la sordità profonda: nati più di 25 anni fa, all’inizio sembravano alquanto rozzi e destinati a pochissimi pazienti, anche a causa del costo astronomico, ma oggi vengono inseriti ogni anno in migliaia di sordi, e le loro performance continuano a migliorare, così come la loro accessibilità economica. Lo stesso, con ogni probabilità, succederà con le retine artificiali. Forse prima di quando si pensi”, annota Rizzo.
 
 
 
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