Arriva in Italia ‘La famiglia Belier’, caso cinematografico in Francia

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Chi non vorrebbe avere una voce incantevole, da far invidia agli uccelli? Lei, Paula. 16 anni, visino gentile, corpo massiccio, scarso profitto al liceo, prezioso tuttofare nell’azienda agricola di famiglia. Ragazza semplice Paula, con qualcosa di speciale: il dono del canto. Tanto da ridestare ambizioni sopite in un maestro di musica frustrato, che vorrebbe lanciarla, portarla a Parigi. Però l’allieva tergiversa.

famigliaBelierA non essere convinta più di tutti è la famiglia, che già intravedeva per lei un futuro da strizzamucche e un radioso commercio dietro al bancone dei formaggi. E poi, anche volendo, chi dei suoi potrebbe apprezzarne il talento? Sono tutti sordi – il padre, la madre, il fratello.

Paula per loro è più di una figlia e una sorella, è il loro unico tramite col mondo.

È la storia della commedia La famiglia Belier, diretta da Eric Lartigau, che la BIM porterà nelle nostre sale dal 26 marzo nella speranza di riscuotere almeno una parte del successo ottenuto dal film in Francia, dove con oltre sette milioni di spettatori è stato un vero e proprio caso cinematografico.

Ci troviamo di fronte a un nuovo Quasi amici?
In parte. I numeri toccati da Nakache e Toledano restano ineguagliati (quasi 20 milioni di spettatori Oltralpe e più di 100 milioni di euro d’incasso), ma la loro formula narrativa ha fatto scuola, come dimostra questa Famiglia Belier, che mette nel paniere pericolante della disabilità il giusto mix di leggerezza e profondità, risate e lacrime: “Noi francesi non ci siamo inventati nulla – rivela il regista dell’operazione, Eric Lartigau, alla stampa romana – Questo tipo di commedia, capace di intrattenere senza rinunciare alla complessità, leggera ma ben radicata nel proprio tempo, è un lascito di voi italiani, degli Age e dei Scarpelli”.

Captatio benevolentiae a parte, Lartigau ha ragione da vendere mentre mette il dito nella piaga, ricordandoci che cosa abbiamo saputo insegnare al mondo e che cosa paradossalmente non abbiamo saputo conservare noi stessi. Oggi la Francia è un competitor senza rivali in Europa, i suoi film varcano tranquillamente i confini nazionali, vengono visti e rifatti altrove, offrono un intrattenimento intelligente, nuovo e tradizionale insieme, popolare eppure di qualità: “Il tema del film è quanto di meno originale si possa pensare: la famiglia. Lo era già nei miei due lavori precedenti, Prestami la tua mano e Scatti rubati. Stavolta però m’interessava rivisitarlo dalla prospettiva di un’adolescente. E’ un’età complessa, piena di contraddizioni e paranoie: chi non ha mai avuto la sensazione di non essere ascoltato dai propri genitori? A maggior ragione qui, che padre e madre sono sordomuti. I sordomuti hanno uno spirito gregario molto forte. Quando il padre rivela alla figlia che sua madre avrebbe voluto fosse sorda anche lei, perché non ha mai potuto soffrire ‘quelli che ci sentono’, dice una cosa terribile e molto vera. Me lo hanno confermato alcuni amici audiolesi cui ho fatto leggere la sceneggiatura. Insomma questo contesto particolare in cui cresce Paula non fa che drammatizzare il suo percorso, sottolineando il coraggio di compiere determinate scelte e di superare le proprie paure”.

La commedia transalpina, il cui successo ha consentito alla Francia di festeggiare un 2014 in netta controtendenza rispetto agli altri Paesi UE (+7,7% di biglietti staccati), ha dalla sua questa immediatezza, questa semplicità di scrittura, nella quale si camuffa un’architettura espressiva e tematica sfacettata. Il tema della crescita dentro il macrotema della famiglia (e che famiglia), nasconde un sottotesto ulteriore, quello dell’arte e il linguaggio: “Il canto costituisce un ponte che permette alla ragazza di comunicare le proprie emozioni, tanto ai coetanei quanto ai genitori. Si tratta di emozioni primarie, accessibili a tutti a livello sottocutaneo. Come la lingua dei segni, anche il canto è un linguaggio estremamente coerografico, che usa il corpo, la mimica e la postura in modo incredibile”.

Un’altra qualità del cinema francese, ben espressa dal film, è la sua capacità di fare sistema con gli altri media. Questo gli garantisce una straordinaria adesione al contesto. Il pubblico impara a muoversi con familiarità da un medium all’altro, riconoscendone i volti, i punti di contatto. La giovane protagonista de La famiglia Bélier, Louane Emera, premiata agli ultimi Cesar come attrice rivelazione, non aveva alcuna esperienza di set: Lartigau l’ha scelta dopo averla vista cantare nel talent-show The Voice: “La cosa che mi è piaciuta in lei è stata la sua fragilità contenuta, come se fosse sul punto di crollare alla fine della prima strofa. Con lei hai sempre la sensazione che tutto si regga su un filo sottile, eppure lei c’è, è presente, è al tempo stesso ancorata e solida”.

Più strutturato invece il percorso attoriale dei veterani Karin Viard e François Damiens, rispettivamente madre e padre di Paula nel film: “Anche per loro non è stata una passeggiata – puntualizza Lartigau – Per imparare la lingua dei segni, hanno dovuto fare un training di sei mesi, quattro ore al giorno. Non si tratta solo di segni. Ma di postura, mimica. Questa nuova dimensione espressiva ha però arricchito il loro modo di recitare”.

Chi invece non ha avuto bisogno di training è il giovanissimo Luca Gelberg, che interpreta il fratello di Paula ed è sordomuto nella realtà: “Bravissimo. Gli davo indicazioni solo muovendo le labbra”.

Infine una parola sullo sfondo agreste: “Mi piace la campagna. E poi era drammaturgicamente interessante. Si trattava di un espediente formidabile per accentuare la distanza tra udenti e non udenti. Anche nei suoi risvolti comici. In città avremmo trovato molte più strutture di supporto per i sordi e l’effetto sarebbe stato diverso, più attenuato”.
(Adnkronos)

http://www.filmfilm.it

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