Campania. «Ho adottato una bimba con sindrome di Down, lei è felice, io anche!»

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Non sono frequentissimi i casi di bambini adottati da genitori single.

Si tratta comunque di una realtà più diffusa di quanto si pensi e dietro a ogni esperienza del genere, c’è sempre una storia di dolore e di riscatto. Esemplare, in tal senso, è la vicenda del 43enne napoletano Luca Trapanese, papà adottivo della piccola Alba, nata con sindrome di Down.

A monte di questa adozione, c’è una forte consapevolezza intorno al dramma della disabilità, che Trapanese ha maturato attraverso il volontariato, che svolge da quando era adolescente, fino alla fondazione di due onlus particolarmente all’avanguardia per ciò che svolgono ai fini dell’assistenza ma, soprattutto, dell’emancipazione dei ragazzi disabili. Pro Vita & Famiglia ha raccolto la sua testimonianza.

Signor Trapanese, ci racconta la sua esperienza di padre adottivo di una bambina con sindrome di Down?

«Avendo maturato, da un lato, una forte consapevolezza intorno alla disabilità di ogni genere, e nutrendo, dall’altro, un desiderio di paternità, ho fatto richiesta al Tribunale di Napoli per ricevere in affido un bambino disabile. Sono infatti molti i bambini disabili, tolti alle famiglie d’origine o abbandonati dalle stesse, che i tribunali non riescono a collocare e che, quindi, rimangono negli ospedali o nelle case-famiglia. Così, nel 2018, mi è stata affidata Alba, una bambina di 28 giorni con sindrome di Down, che la madre aveva abbandonato per ragioni non precisate. Non essendo stata trovata una coppia desiderosa di adottarla, il Tribunale l’ha data in affidamento a me. In quanto single, in linea generale, non potrei adottare, per cui ho fatto richiesta per l’adozione speciale ai sensi dell’articolo 44 della Legge 184/83. Come avviene per le coppie sposate, l’ho avuta in affido per il primo anno, poi, superato il periodo di prova, ho ottenuto l’adozione».

Molto prima di questa adozione, lei ha fondato un’associazione rivolta ai ragazzi disabili: che attività svolgete?

«A Ruota Libera onlus è sorta a Napoli nel 2007, in primo luogo con lo scopo di seguire i ragazzi disabili in età post-scolare. Quando ancora vanno a scuola, infatti, i bambini e ragazzi disabili non hanno alcuna possibilità di inserimento. A Ruota Libera nasce proprio per dar vita ad attività collaterali e post-scolari. Abbiamo laboratori che vanno dalla cucina alla falegnameria, alla scrittura creativa, poi, assieme ai genitori abbiamo cominciato a lavorare sull’autonomia di questi ragazzi, i quali vivono in housing, con la supervisione degli educatori. Abbiamo preso delle proprietà nell’Alto Casertano, dove i ragazzi lavorano in un bar, in un bed & breakfast, in una fattoria dove produciamo miele. Abbiamo poi acquistato un hotel-ristorante: quando sarà ristrutturato, verrà gestito da persone disabili. A Ruota Libera accoglie ragazzi con disabilità di qualunque tipo, a differenza di altre onlus, che si rivolgono nello specifico all’autismo, alla sindrome di Down, ecc. L’unica patologia che non possiamo seguire è la schizofrenia, non essendo ancora riconosciuta come disabilità, con grande disagio per le famiglie coinvolte. Quattro anni fa, poi, abbiamo aperto La Casa di Matteo, prima struttura del Sud Italia che ospita bambini malati terminali o con disabilità gravissime, che i Tribunali non riescono a dare in adozione. È già difficile che bambini con sindrome di Down, come Alba, ottengano l’adozione, figuriamoci quelli affetti da patologie rare o attaccati a vita a una macchina».

Da dove nasce la sua straordinaria sensibilità per i disabili e il suo conseguente impegno per loro?

«La mia non è soltanto una sensibilità ma una consapevolezza. Per me la disabilità non è mai stata un problema ma un’esperienza di vita. Ho iniziato a fare volontariato a quindici anni, accompagnando i malati a Lourdes. Alcuni dei miei più grandi amici sono in sedia a rotelle, quindi il mio percorso di vita ha fatto maturare in me il desiderio di adottare un bambino disabile. La disabilità non mi ha mai spaventato, non l’ho mai vista come qualcosa da nascondere. Molti vedono nella disabilità una sconfitta, una vergogna, perché il figlio deve essere perfetto: viviamo in una società che ci educa alla perfezione del corpo, dobbiamo essere belli e palestrati, così la nascita di un figlio costretto su sedia a rotelle, con asfissia da parto o con sindrome di Down, viene vista come una sconfitta psicologica e sociale. Si tende a mettere nello stesso calderone malattia, handicap e disabilità, senza fare distinzioni. C’è chi è in sedia a rotelle, perché ha avuto un incidente di moto, altre persone con la disabilità ci sono nate e ci camperanno cent’anni ma non sono malate. Quello che cerco di testimoniare con tutti è che Alba è una bambina come tutte le altre, felice, sana, allegra, pur con tutti i problemi che può avere. Un figlio sano non è di per sé garanzia di felicità. Mia figlia, nonostante la sindrome di Down, è felice e rende felice anche me».

Di questi tempi, si parla molto delle problematiche degli studenti disabili con la didattica a distanza e della penuria di insegnanti di sostegno. Qual è la sua opinione in merito?

«Innanzitutto, bisognerebbe capire bene qual è il ruolo dell’insegnante di sostegno. Il sostegno non è rivolto tanto al bambino, quanto all’intera classe, a fini dell’integrazione del bambino con i docenti e con i compagni. Molti insegnanti scelgono il sostegno per ottenere il ruolo e avere una cattedra, poi, però, una volta a scuola, non sanno ancora le differenze tra le varie forme di disabilità. Non solo gli insegnanti di sostegno sono pochi ma quei pochi, in genere, non sanno affrontare la disabilità. Tutto questo è molto penalizzante in particolare con la didattica a distanza, che molti insegnanti non sono in grado di portare avanti. Tutto il peso, allora, ricade sulle famiglie che devono supplire al ruolo degli insegnanti. Bisogna trovare il modo per rendere l’insegnante di sostegno operativo anche da remoto, purché si trovi in sintonia con tutta la classe. È assurdo che – com’è avvenuto proprio qui in Campania – si lasci aperta la scuola soltanto per il bambino disabile che, in questo modo, si ritrova isolato tra i banchi deserti, in presenza del solo insegnante di sostegno».

 

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