Siamo sordi, non invisibili

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Dopo quasi un anno di pandemia, la mascherina è pienamente inglobata nella nostra quotidianità, condizione necessaria per uscire e muoversi liberamente, laddove possibile.

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C’è però chi, proprio a causa di quella mascherina, si trova a dover vivere una condizione di estrema difficoltà: i sordi. Per poter comunicare con gli altri, infatti, per i sordi è fondamentale leggere il labiale dei propri interlocutori. Così, per loro, la mascherina diventa a tutti gli effetti una barriera, che non è solo fisica, ma relazionale, psicologica e, di conseguenza, esistenziale. Che può tradursi in un doppio isolamento. Triplo, se pensiamo che le istituzioni, di fatto, tendono a dimenticarli, non ne considerano le difficoltà e le necessità in questo particolare periodo storico. Anche, purtroppo, a Rimini.

L’elemento della mascherina, infatti, è solo il punto d’avvio per raccontare di più: un mondo, quello dei sordi, che dall’inizio dell’emergenza è rimasto ai margini, inascoltato e trascurato dal mondo della politica, forse perché portatori di una “disabilità invisibile” e per questo spesso sottovalutata. Si chiamano sordi, non “persone non udenti”, perché non sono qualcosa in meno di altri. Sono persone con una propria identità completa, al pari di chiunque altro: e come chiunque altro meritano il massimo dell’attenzione. Ci raccontano tutto questo Filippo Tognacci, Davide Franchi e Michele Scirocco, presidente, vicepresidente e consigliere anziano della sezione riminese dell’Ente Nazionale Sordi, la onlus che si occupa di tutelare i diritti delle persone sorde, promuovendone l’integrazione, la crescita e la piena realizzazione.

Raccontateci. Cos’ha significato per i sordi l’arrivo della pandemia?

“Come sappiamo tutti, viviamo in un periodo storico in cui è necessario e obbligatorio indossare le mascherine. Per noi sordi si tratta di una grande complicazione, perché per noi è fondamentale, nei rapporti interpersonali, poter leggere il labiale dei nostri interlocutori. Per questo noi sordi indossiamo le visiere trasparenti, che ci permettono di relazionarci in piena sicurezza. Ma è indubbio che con l’arrivo della pandemia e l’introduzione dei necessari dispositivi di sicurezza, la nostra vita sia diventata ancora più difficile”.

Quali sono le difficoltà più grandi che questa nuova situazione ha portato nella vostra quotidianità?

“Qualsiasi situazione della vita di tutti giorni è stata resa più difficile dalla pandemia e dalle mascherine.

Oltre alle normali relazioni con gli amici o con i parenti, comunque ridotte dalle misure restrittive, molti problemi sorgono sul luogo di lavoro, oppure quando ci si rapporta con il medico o con le autorità. In sostanza, ogni situazione del quotidiano è diventata una grande sfida. Un grande supporto potrebbe essere dato dall’utilizzo delle mascherine trasparenti, ma devono essere omologate e, almeno al momento, sembra che non ce ne siano. Per questo abbiamo le visiere trasparenti, ma praticamente non le utilizza nessuno”.

Come si dovrebbe comportare una persona udente nel rapportarsi con un sordo per agevolarne al massimo la comprensione, mantenendo però la totale sicurezza?

“La soluzione più immediata sarebbe quella di allontanarsi, mettendosi a distanza di sicurezza e abbassare la mascherina, parlando con un tono di voce più elevato. Non tutti, però, accettano questa richiesta. Oppure, banalmente, scrivere ciò che si vuole comunicare e mostrarlo”.

Come detto, con l’uso delle mascherine i sordi rischiano un doppio isolamento. Una condizione che si acuisce in caso di contagio: che condizione vivono le persone sorde che risultano positive al Covid-19 e sono poste in isolamento?

“Si tratta di un grande shock. C’è un senso di grande spaesamento, perché qualsiasi attività può sembrare insormontabile. Pensiamo ad esempio al doversi relazionare con il medico o all’accedere ai servizi sanitari: i contatti telefonici sono, ovviamente, preclusi a noi sordi, quindi siamo sostanzialmente costretti a muoverci e a spostarci. Ma se siamo costretti a casa in quarantena, come facciamo? E anche se possiamo spostarci, le difficoltà non mancano: spesso accade che, recandosi a uno sportello pubblico, ci siano le solite difficoltà di dialogo causate dalla mascherina, e purtroppo non è raro che gli addetti agli sportelli reagiscano male, perdendo la pazienza e innervosendosi. Fatto che produce nei sordi un ulteriore impatto psicologico, quasi un senso di colpa, dove colpa, ovviamente, non ce n’è. Stesse difficoltà si presentano nel rapportarsi con le Forze dell’Ordine che devono far rispettare gli attuali Dpcm, pensiamo ad esempio ai controlli effettuati per la strada.

Quello che vogliamo sottolineare è che c’è un grande sforzo da parte dei sordi per farsi capire, ma molto spesso questo sforzo non è ricambiato. La sordità, purtroppo, è una disabilità non visibile, e la sensazione che abbiamo è che la nostra condizione venga molto sottovalutata”.

Una sottovalutazione che può portare a un senso di abbandono.

“Sì, ci sentiamo abbandonati e trascurati. Non solo rispetto alle altre persone, ma anche nei confronti delle istituzioni. A livello politico la sordità è tenuta molto poco in considerazione: al contrario delle persone udenti, quando un sordo si rapporta con le istituzioni per avanzare delle proposte è difficile che trovi qualcuno disponibile ad ascoltarlo. Probabilmente ci considerano inferiori, anche a livello intellettivo. Magari non è così, ma purtroppo la sensazione è questa, e la avvertiamo in modo chiaro”.

Cosa chiedete, dunque, alle istituzioni per migliorare la vostra condizione? E qual è la situazione a Rimini?

“Occorrerebbe innanzitutto organizzare un convegno per spiegare in modo chiaro e preciso il mondo dei sordi. Noi facciamo parte, come tutti, della comunità, e quindi è fondamentale che la comunità possa conoscere al meglio la sordità, perché è dalla conoscenza che può arrivare la comprensione. Al momento, purtroppo, la situazione qui a Rimini è negativa: a livello politico, onestamente, a Rimini c’è poca sensibilità nei nostri confronti.

Dobbiamo sempre inseguire, bussare a tante porte, insistere costantemente, e spesso siamo considerati come degli scocciatori. Le uniche occasioni in cui veniamo ascoltati e c’è un maggiore rapporto con i politici è, guarda caso, in periodo di elezioni. Mancano figure di sensibilità che possano diventare dei punti di riferimento per noi, con i quali interfacciarci. A livello regionale, invece, qualcosa si sta muovendo: grazie al Consiglio dell’ENS dell’Emilia-Romagna, infatti, abbiamo ottenuto la possibilità di usufruire di servizi di interpretariato, attraverso interpreti LIS (la lingua dei segni italiana), in modo gratuito, ed è una novità molto importante, cui si aggiunge anche la riattivazione del servizio di Segretariato Sociale. A tutto questo, inoltre, si somma il nostro grande sforzo di sensibilizzazione, ma c’è ancora tanto su cui lavorare per migliorare la situazione”.

Un’altra grande difficoltà dovuta all’arrivo della pandemia è legata ai bambini e ai ragazzi. Come gestire la didattica a distanza (DaD), già difficoltosa per altri aspetti, in caso di alunni sordi? E i servizi per la logopedia?

“C’è anche una questione di mancanza di fondi economici. I contributi che riceviamo ci sembrano quasi un contentino, oserei dire quasi un’elemosina, e rendono difficile organizzare i servizi necessari.

Pensiamo alla logopedia: per i bambini sordi la logopedia è uno stimolo fondamentale per imparare a parlare.

In passato, il nostro ente teneva degli appuntamenti dedicati alla logopedia quattro volte a settimana, mentre oggi solo una volta, e non può bastare.

Anche la DaD risulta molto complicata per alunni e studenti sordi: è necessaria la presenza di un’assistente alla comunicazione in video, e questo può essere causa di distrazione per lo studente, che nel dover seguire l’interprete può perdersi ad esempio alcuni documenti o file condivisi sulla piattaforma dall’insegnante, rendendo ancora più difficoltoso restare al passo.

Per ovviare a questi possibili inconvenienti, ci si è ingegnati con soluzioni alternative, come ad esempio quello di utilizzare due schermi con due videochiamate diverse in contemporanea, in modo da avere la lezione su uno schermo e l’interprete su un altro. Ma si tratta di soluzioni artigianali, che non risolvono una condizione di estrema difficoltà per questi bambini e ragazzi, a cui si aggiungono le già numerose criticità della didattica a distanza, a livello tecnologico e logistico. È una grande, enorme fatica per tutti loro. Che rischia di essere dimenticata e trascurata”.

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