Violenza sulle donne, «Non dimenticate noi disabili»

Gli ultimi dati Istat risalgono al 2014 e raccontano di percentuali più alte di rischio violenza per le donne con disabilità. Per Linda Legname, vicepresidente dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, sono dati che non tengono conto dei tanti casi non denunciati

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TIM ROBBERTS
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Quello che all’epoca era mio marito ha cercato di uccidermi come reazione alla mia richiesta di separazione.

di Chiara Pizzimenti – Redazione Vanity Fair

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Io mi ero già allontanata da casa. Con mio figlio vivevo da mia madre. Non gli negavo le visite e venne proprio con la scusa di portare un regalo di Santa Lucia al bambino». Il racconto di Fernanda Flamigni sembra cronaca degli ultimi giorni, invece questo storia risale a più di vent’anni fa.

«Si è sfilato il ricorso dalla tasca della giacca, lo ha stracciato e ha tirato fuori dai pantaloni una pistola, rubata al padre. Sono riuscita a segnalare il pericolo dicendo a mia sorella di chiamare i Carabinieri. Quando li ha visti arrivare ha cominciato a sparare. In tutto sei colpi. Tre mi hanno colpito alla testa. Due sono andati a vuoto e il sesto ha ucciso mia sorella che era intervenuta per proteggermi». Lui ha tentato dii uccidersi senza riuscirci. È stato condannato a 30 anni. È morto in carcere dieci anni fa.

Fernanda Flamigni ha perso vista e olfatto a causa dei colpi subiti. «Ne sono uscita molto lentamente, con tanta psicoterapia e non so nemmeno se ne sono uscita del tutto. Faccio ancora fatica ad accettare la mia cecità. Pone dei limiti alla mia indipendenza».

La sua prima preoccupazione è stata il figlio perché aveva assistito all’evento. Non aveva due anni, ma era in casa. «Il bambino continua a chiedere dove era il papà. Io gli dicevo che era andato via. A tuo figlio devi raccontare tutto mi disse lo psicologo». C’erano stati episodi di violenza, tanta tensione in casa, prima dell’attacco. «Ero convinta di poterlo cambiare con il mio amore e invece quella della bella e la bestia è una favola e tale resta».

La storia di Fernanda racconta una disabilità nata dalla violenza, ma sono tante anche le violenze nei confronti delle donne disabili. Linda Legname, vicepresidente dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, spiega: «Si parla meno di violenza contro le donne con disabilità perché si fatica a denunciare. Spesso non viene riconosciuta alle donne con disabilità una propria individualità, un proprio diritto alla relazione. Prima vanno riconosciuti questi diritti, poi si arriverà a riconoscere la violenza».

Gli ultimi dati Istat disponibili risalgono al 2014. Se il 31,5% delle donne senza limitazioni ha
subìto una qualche forma di violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, la percentuale sale al 36,6% per le donne con disabilità, mentre il rischio di subire stupri o tentati stupri è doppio per le donne con disabilità. Un 31,4% di donne con disabilità che ha subito violenza psicologica dal partner attuale, rispetto al 25 % delle donne normodotate.

Il primo passo è la formazione. «Il centro antiviolenza deve essere pronto ad accogliere un cane giuda per esempio. La seconda cosa è la fruibilità degli strumenti: i canali di comunicazione, i codici devono essere adeguati alle disabilità. Una donna sorda non chiamerà mai con il 1522. Abbiamo preparato un libro tattile per far comprendere la violenza di genere ai bambini più piccoli già dalla scuola elementare».

I punti successivi valgono per tutte. «Pene certe prima che severe. Va bene l’aiuto economico, ma bisogna pensare alla prospettiva. La violenza non è solo quella fisica, è la pensione presa dai genitori, è l’esclusione dal lavoro. Molte donne, tante di queste disabili, non sono libere di gestire il proprio denaro e di curare il proprio corpo compreso il diritto alla salute».

 

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