Melato addio, voce e corpo del teatro italiano

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​Aveva un talento eccezionale, un temperamento assai versatile, un’energia che non conosceva l’eguale, Mariangela Melato, scomparsa ieri a Roma (lei nata a Milano) a 71 anni dopo una lunga malattia. Mai s’era mai imposta come una diva e però sia nel teatro che nel cinema grande star lo era. Presenza scenica invidiabile e lo schermo a bucarlo come poche.
MARIANGELA MELATO, MILLE VOLTI TRA TEATRO, CINEMA E TVAttrice intelligente e tesa allo sviluppo di un segno interpretativo sempre moderno, la voce roca e inconfondibile, senza troppa fatica le riusciva di passare dal registro brillante (e qui s’impose nel cinema) a quello drammatico. Attrice volitiva come poche era in grado Mariangela di interpretare la tragedia di Euripide (Medea) come la farsa di Fo, Testori e la Ginzburg, il dramma elisabettiano e O’Neill. il musical di Garinei e Giovannini (Alleluja brava gente) e il dramma psicanalitico di Tennessee Williams (Un tram che si chiama desiderio), la Parigi boulevardiera di Feydeau e la malinconica Milano di Bertolazzi. Un tuffo al cuore ricordarla ne El nost Milan firmato da Strehler (ma anche nella Lulu) ma un tuffo al cuore anche nel ricordarla nel ruolo della giovane educatrice che insegna il palpito della vita a una bambina cieca e sordomuta in Anna dei miracoli.
Così appassionata, così umana, così innamorata della vita come lo fu anche in una delle sue ultime e più alte interpretazioni, Il dolore della Duras.

Avrebbe potuto regalarci ancora molte serate memorabili proprio come quella in cui la vedemmo nell’intenso e bellissimo monologo della scrittrice francese. Vibrante e stupenda, spinta da una forza interiore anche se era già stata investita dalla violenza del male. Quella brutta malattia contro la quale combatté strenuamente, e a lungo, con tutte le sue forze. Impossibile dimenticare. E impossibile non rimpiangere Mariangela, vestale di un teatro di cui possedeva come poche la sacra fiamma e sapeva come ne irradiarne la luce.

Padre vigile e madre sarta, classe 1941, era destinata Mariangela all’attivo mondo del lavoro. Aveva iniziato come vetrinista alla Rinascente di Milano ma dentro coltivava un altro sogno: recitare. Frequenta l’Accademia di Brera poi però si iscrive a quella teatrale dei Filodrammatici e diplomatasi comincia la sua gavetta. Dura in quegli anni Cinquanta. Ma fa in fretta passi da giganti. È orgogliosa e tenace. Recita con Fo e Ricci, anche Visconti la scopre, piccole parti ma che le servono da viatico. Il successo arriva con il rivoluzionario e mitico Orlando furioso di Luca Ronconi che da Spoleto gira per l’Italia e il mondo con entusiasmo garibaldino di trionfo e trionfo.

Il pubblico teatrale non può più fare a meno di lei. Ma presto anche quello cinematografico subirà la sua seduzione. Dove trovare un’attrice così simpatica, effervescente, irruente e sincera? Siamo negli anni Settanta e nella vena grottesca di Lina Wertmüller la grande attrice milanese lancia una coppia nazional popolare con Giancarlo Giannini. Ed eccola protagonista di una trilogia passata agli annali: Mimì metallurgicoFilm d’amore e d’anarchia e Travolti da un insolito destino. Amante delle sfide impossibili recita anche con Petri, Chabrol, De Sica. Il cinema l’adora ma la sua vera casa è il teatro. E con gli anni Ottanta inizia la sua seconda e ancor più fortunata parabola sulla scena di prosa. La reclama lo stabile di Genova, con cui stringe una sorta di santa alleanza che mai si infranse. Con il teatro ligure un paio di stagioni fa portò in scena l’ibseniana Nora alla prova da Casa di bambola di Ibsen. Diretta ancora una volta da Ronconi. L’amico Luca che dopo l’avventura ariostesca l’aveva fatta trionfare ne L’affare Makropulos, in Quel che sapeva Masie da Henry James, ne La Centaura dell’Andreini, dove mise in mostra tutto il suo camaleontismo e la sua ironia. I funerali a Roma oggi alle 15 in Santa Maria di Monte Santo, la chiesa degli artisti.

 

Domenico Rigotti
http://www.avvenire.it
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