Studio utile per i casi di afasia: i gesti precedono le parole

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È spesso usata come esortazione, affinché dalle promesse si passi ai fatti. Ma quando si dice che un gesto può valere più di mille parole, si sta ricorrendo a un’affermazione sì diffusa, ma anche basata su delle solide fondamenta scientifiche. Il verbo come veicolo per i messaggi deriverebbe infatti dalla summa di diversi gesti.

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fabio di todaro

DAI GESTI ALLE PAROLE

L’ipotesi secondo cui il linguaggio parlato deriverebbe da un sistema di comunicazione gestuale fu lanciata già nel 2006 dal fisiologo dell’Università di Parma Maurizio Gentilucci, in una revisione di studi pubblicata su Neuroscience and Biobehavioral Reviews. Un aspetto non solo interessante in termini di evoluzione umana, ma con possibili ricadute anche in ambito terapeutico. Un avanzamento delle conoscenze dei rapporti tra i circuiti legati al controllo dei gesti e delle parole potrebbe per esempio trovare un’applicazione anche nella riabilitazione delle afasie. Dal 2006 a oggi sono giunte diverse conferme in tal senso.

 

GESTI E PAROLE VANNO A BRACCETTO

L’ultima, che ha visto sempre protagonista l’ateneo emiliano, ha portato gli autori della ricerca, apparsa sulle colonne di Neuroimage, ad affermare che «un gesto è congruente e integrato al significato di una parola se si susseguono a distanza di pochi millisecondi». Usando tecniche di stimolazione magnetica transcranica sulla corteccia motoria, gli autori hanno mostrato che a cento millisecondi dalla sua presentazione, il gesto viene automaticamente simulato. Di conseguenza il suo significato sarebbe compreso a cento millisecondi dalla sua presentazione e poi integrato con la parola pochi istanti dopo.

 

LA CONFERMA DALLE IMMAGINI

La gestualità, soprattutto all’interno della popolazione italiana, fa parte del nostro modo di esprimerci e di farci capire dagli altri. Oggi, in più, si sa che l’atto del parlare sarebbe una conseguenza (e non la causa) del linguaggio gestuale. A confermarlo un gruppo di ricerca italiano (Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Cnr di Segrate e Università Bicocca di Milano). Analizzando i meccanismi neurali che supportano la comprensione della gestualità spontanea – come il dito che oscilla per dire no, il braccio che indica la direzione di un luogo, due dita ravvicinate nella zona delle labbra per mimare ’”sta fumando” – gli scienziati hanno scoperto una risposta a metà tra il linguaggio corporeo affettivo e quello che regola la comunicazione tra i non udenti.

 

I ricercatori hanno studiato i meccanismi neurali che supportano la comprensione della gestualità negli udenti, partendo da una batteria di gesti utilizzati per accompagnare la comunicazione verbale nella lingua italiana. Per ciascun gesto sono state scattate foto coinvolgenti la mimica facciale e le posture caratteristiche di sei individui. Di questi, ottocento sono stati abbinati a una descrizione verbale, per testare i meccanismi di comprensione in un campione di studenti. La loro osservazione ha mostrato una risposta bioelettrica che indica il riconoscimento automatico di un’incongruenza di significato tra gesto e descrizione, oltre un intervallo di 400 millisecondi dalla stimolazione.

 

UN PEZZO DI EVOLUZIONISMO

L’esperimento voleva indagare se il meccanismo cerebrale di comprensione e utilizzo dei gesti spontanei fosse più simile a quello che governa il linguaggio del corpo affettivo, da cui traspare se siamo adirati o imbarazzati, o a quello che controlla il linguaggio dei segni nei non udenti. «La conclusione si colloca a metà strada – dichiara Alice Mado Proverbio, docente di psicobiologia e psicologia fisiologica all’Università Bicocca di Milano -. Potrebbe esserci stata una transizione filogenetica tra il sistema di comunicazione linguistica gestuale e quello più propriamente uditivo-verbale».

Twitter @fabioditodaro

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