Al «Fazzi» orecchio bionico scaduti Ventiquattromila euro nel cestino

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di Antonio Della Rocca

Gli impianti cocleari sono raffinati e costosi dispositivi tecnologici, unica concreta speranza di recuperare l’udito per tante persone afflitte da sordità profonda. Ma all’ospedale «Vito Fazzi» di Lecce accade che questi sofisticati apparecchi, costati all’Asl circa 12mila euro al pezzo, vengano rottamati per mancato utilizzo.

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Le date

È successo il 6 marzo scorso, quando uno degli apparati è divenuto inutilizzabile perché scaduto, come riportato sulla confezione dalla casa produttrice, la multinazionale australiana «Cochlear Ltd». Accadrà di nuovo il prossimo 27 agosto, quando un altro dispositivo avrà perso l’idoneità per essere inserito nel cranio di un non udente. Se così sarà l’Asl avrà buttato al vento 24mila euro nel giro di quattro mesi. Tutto questo mentre una decina di persone sono in lista di attesa per ricevere l’orecchio bionico.

Il reparto

Il reparto di Otorinolaringoiatria del più importante ospedale salentino è uno dei centri di riferimento regionali per l’applicazione degli impianti cocleari. Ve ne sono altri a Bari e a San Giovanni Rotondo. E malgrado nell’unità operativa esistano mezzi e professionalità di provata esperienza e indiscusso valore, il numero degli interventi chirurgici sull’orecchio è crollato nel corso degli ultimi anni, passando dai 61 del 2013, ai 31 del 2014, ai 12 dei primi mesi del 2015. Sono ai minimi storici le operazioni di miringoplastica, timpanoplastica, stapedotomia, drenaggio timpanico, con le quali si risolvono diverse patologie come otiti croniche, otosclerosi, otiti catarrali.

Le carenze

Da gennaio ad oggi è stato applicato un solo impianto cocleare, mentre in passato la media si manteneva intorno ai 10 dispositivi applicati all’anno. Ciò, ovviamente, innesca l’esodo dei pazienti verso altri ospedali. «Da una verifica, ancora sommaria, sono emerse carenze del personale di sala operatoria, tant’è che le sedute otorinolaringoiatriche sono passate da quattro a tre alla settimana, e inoltre l’inizio del 2015 è stato caratterizzato dal blocco dei ricoveri a causa dell’emergenza influenzale», spiega il direttore generale dell’Asl, Giovanni Gorgoni. Il manager conferma anche l’inutilizzabilità degli impianti cocleari scaduti, rammaricandosi per lo spreco di risorse finanziarie, ma promettendo che «gli apparecchi saranno rimpiazzati da altri nuovi».

Gli impianti

Ogni impianto cocleare è formato da una componente interna e da una esterna. Ad essere soggetta a scadenza è la prima, il cosiddetto «Baha» (Bone anchored hearing aid) che, dovendo essere ancorata all’osso del paziente con un intervento chirurgico, deve offrire adeguate garanzie di sterilità, le quali, ovviamente, con il passare del tempo vengono meno. Il «Baha» è un vero e proprio ricevitore che acquisisce i segnali inviati da un minuscolo processore esterno trasmettendoli alla coclea con un sistema di elettrodi, i quali, a loro volta, interagiscono con il nervo acustico deputato a trasferire gli impulsi al cervello.

Il passato

Lo spreco, dunque, è servito, con buona pace di quanti ingrossano le liste di attesa dell’ospedale leccese nella speranza di poter rimuovere il pesante macigno della sordità. Quando, a suo tempo, la Asl avviò lo screening audiologico neonatale per la diagnosi precoce dei deficit uditivi, il reparto di Otorinolaringoiatria del «Vito Fazzi», allora diretto da Michele De Benedetto (in pensione dal settembre 2014) fu presentato come l’anello finale di un sistema virtuoso che avrebbe portato, anche attraverso l’applicazione dell’orecchio bionico, alla soluzione delle sordità profonde nella delicata fase dell’infanzia, laddove la mancata percezione dei suoni può pregiudicare l’apprendimento del linguaggio e generare pesanti handicap. A coordinare oggi l’unità operativa, come primario facente funzioni, è il dottor Antonio Palumbo.

La replica

Intanto, il direttore della Asl, Giovanni Gorgoni annuncia: «Approfondirò il caso, ma sembrano evidenti i problemi di tipo organizzativo interno. Inoltre, dovremo verificare se, dopo il pensionamento di Michele De Benedetto, il reparto attiri meno pazienti».

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