Scimmie: quanto manca alla parola?

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Scritto da Elisa Corni

Koko è una gorilla famosa in tutto il mondo per aver imparato a comprendere e utilizzare il linguaggio dei segni per comunicare con gli umani. Ma se i versi che produce fossero ogni giorno più simili alla nostra parola?

-koko

L’idea che il linguaggio vocale articolato sia un’esclusiva della specie umana è una convinzione che ci accompagna da decenni. Erano gli anni ’30 e ’40 quando diverse coppie di psicologi tentarono di crescere scimpanzé e altre scimmie come bambini, concentrando le loro energie sul linguaggio e sull’insegnamento di parole base ai nostri cugini animali.

Ma gli sforzi non portarono a nulla di effettivo: scimpanzé, gorilla e altri primati mostravano una propensione per la comunicazione, ma un’incapacità fondamentale nell’articolazione dei suoni. Una delle ragioni di questo fallimento è che la capacità di regolare la laringe negli altri animali diversi dall’uomo è differente. Così non è possibile per i primati produrre suoni specifici.

Alcune scimmie, come l’intelligente Koko, sono riuscite però a imparare sistemi linguistici altrettanto complessi, anche se non vocali. Questa non più giovanissima gorilla infatti padroneggia molto bene il linguaggio dei segni, quello solitamente utilizzato dai muti.

Gli psicologi con i quali vive da oltre 40 anni, infatti, sono riusciti a insegnarle questa forma tutt’altro che primitiva di linguaggio, con la quale Koko riesce ad andare ben oltre il mero linguaggio di riflesso. Ovvero non si limita a comunicare ad esempio un’imminente pericolo, ma intavola con i ricercatori conversazioni sui temi più disparati, esprimendo ad esempio dei desideri.

Con l’intento di analizzare i comportamenti gestuali di Koko lo psicologo Marcus Perlman si è recato alla Gorilla Foundation dove vive Koko, e qui ha fatto un’interessante scoperta.

Dopo aver osservato ed esaminato al microscopio decine e decine di ore di registrazioni, Perlman e il suoi collega Lupyan hanno notato che la gorilla aveva degli atteggiamenti vocali fuori dalla norma. Infatti sono riusciti a riconoscere 9 modelli di comportamento vocale o di controllo della respirazione che si ripetevano in specifiche condizioni. Si tratta di comportamenti acquisiti, mai visti in nessun gorilla prima d’ora, evidenziano gli scienziati nell’articolo pubblicato si Animal Cognition.

Ad esempio, se voleva che qualcuno facesse qualcosa per lei, prima di interagire con il linguaggio dei segni, Koko soffiava nel palmo della sua mano, producendo un suono. Oppure, con un cellulare appoggiato tra l’orecchio e la spalla, teneva una silenziosa conversazione telefonica con la persona all’altro capo della cornetta soffiando dentro il ricevitore.

«Anche se non produce dei suoni che noi riconosceremo come parole – spiega Perlman – il controllo della laringe da lei mostrato nel suonare uno strumento o nel fare i gesti descritti mostra che Koko ha imparato a controllare la laringe abbastanza da produrre dei suoni quando e come vuole lei».

Insomma, non avrà imparato a parlare, ma Koko – come alcuni Orangutan di altri centri studi – ha imparato a padroneggiare alcune delle funzioni necessarie per il linguaggio

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