Tra finti barboni e racket delle elemosine, ormai non riconosciamo più chi è povero davvero

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Scritto da Marco Bergamaschi – Da bambino ho imparato a riconoscere i “barboni” con i telefilm americani: emaciati, vestiti male e spesso con la bottiglia in mano e relegati ai margini della strada e della società. Poi sono arrivati i clochard dei film francesi: uomini con la barba incolta, gli abiti sporchi e sgualciti, che tenevano il loro mondo in un carrello del supermercato rubato chissà dove. E’ così che ho appreso il concetto di “senza tetto”, di persona “povera” o “caduta in disgrazia” e così è stato per molti miei coetanei, che oggi hanno superato i quarant’anni.

Accattoni-barboni-clochard-300x170Poi, con il passare degli anni, ho conosciuto nella mia città la realtà, le zingare sempre pronte a leggere la mano per una manciata di monete, i lavavetri armati di spazzola e secchiello, gli indiani con le rose, i (finti) sordomuti con i gadget lasciati sul tavolo del bar insieme alla richiesta di un piccolo contributo e i venditori di strada che propinano un libro che quasi sempre racconta storie di Africa e di immigrazione; e nell’ultimo periodo ho scoperto l’esistenza di certi individui fermi ai semafori, distinti, non invadenti che aspettano con un cartello attorno al collo, che recita “ho fame”.

Di tutte le categorie appena citate, è quest’ultima quella che più mi ha colpito, forse perché aspetta in silenzio senza dire una parola con il rischio di non essere “vista” da nessuno. E lo dico con cognizione di causa perché sarà che ormai ho fatto il callo a queste incessanti richieste di denaro, ma io sono il primo a non vederli.

Qualche sera fa ero in coda in automobile, fermo ad un incrocio che sembrava un ingorgo senza fine, quando ho visto sul marciapiede alla mia sinistra un uomo che chiedeva la carità: con la mano destra teneva un bicchiere per le monete e con l’altra il cartello “sono senza lavoro, vi chiedo aiuto”. Sarò stato fermo con l’automobile almeno cinque minuti e mi sono accorto di quell’individuo solo all’ultimo secondo. Insieme a me c’era un’amica e quando le ho confidato il mio pensiero, mi ha risposto “ eri in buona compagnia, io non so se gli altri si sono accorti della sua presenza, ma nessuno gli ha dato un euro”.

Sono tornato a casa turbato con la certezza che ci siamo abituati alle sofferenze del mondo: non lo so come sia successo, ma davanti ad una persona che chiede aiuto, siamo caduti nell’indifferenza e nell’ abitudinarietà che anestetizza i sentimenti. Poi è vero che molti di quelli che chiedono soldi, non hanno voglia di cercarsi un lavoro o utilizzano il denaro per giocare alle macchinette e per acquistare “vino e sigarette”, come è altrettanto reale che molti di loro sono obbligati a farlo perché in mano al racket dei mendicanti, ma alla fine queste motivazioni, pur legittime, sono diventate degli alibi e degli escamotage per non vedere e per non pensare. Non fa onore a nessuno, ma si è perso l’empatia, la capacità e la voglia di mettersi nei panni degli altri o come direbbe Papa Francesco “la misericordia verso il prossimo”.

Religione a parte, ho proseguito la mia riflessione, arrivando alla conclusione che come esseri umani siamo tutti chiamati ad aprire gli occhi per guardare le miserie del mondo e le ferite delle persone quando sono private della dignità, stando attenti a non allenare l’arte dell’egoismo e dell’ipocrisia. Perché diciamolo chiaramente: non è normale non accorgersi di un uomo che chiede l’elemosina, che chiede aiuto e che si aspetta qualcosa da noi.

Considerato che ormai siamo prossimi alle feste e che sta cominciando la solita e consueta catena di e-mail e messaggi improntati su “auguri e proponimenti per il Natale”, quest’anno io auguro a me stesso e a tutti i miei concittadini la capacità di “vedere” e non solo di guardare chi ci sta di fronte, per fare propria una consapevolezza rinnovata, lontana mille anni luce dalla filosofia spiccia “morte tua vita mea”. Perché il concetto di sofferenza non può andare a braccetto con quello di indifferenza.

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