La (bella) scelta di Oksana

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La storia di Oksana, la figlia di Chernobyl, ponte fra e est e ovest, nata in Ucraina, abbandonata da chi doveva amarla per quelle malformazioni nate dalle radiazioni, una nuova (mono)famiglia negli Stati Uniti, che vince medaglie a Sochi e posa nuda su una rivista di sport insieme ad altri campioni (la trovate su Corriere.it cliccando qui), lascia aperte tante riflessioni su disabilità e dintorni, stereotipi e barriere (mentali), sport e bellezza.

di Claudio Arrigoni

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Oksana mostra come sia stata anche la Paralimpiade delle donne. Fra i tanti aspetti da mettere in luce di questi giorni a Sochi, questo è uno dei più significativi. Fra le donne, infatti, la disabilità è spesso più invalidante, perché va a toccare anche l’aspetto della femminilità in un mondo dove la donna è presentata senza imperfezioni per essere considerata bella. Come si faccia a dire che la statunitenseAlana Nichols o le italiane Francesca Porcellato e Melania Corradini non lo siano sembra da pazzi. Ma non è questo il punto. Perché cadremmo nello stesso errore di fermarci all’effimero o di fare filosofia spicciola.

Lasciamo parlare Oksana, e la sua scelta di posare nuda per Espn Magazine, dopo che quando era adolescente nascondeva le sue gambe che non c’erano e spiegava che un coccodrillo le aveva mangiate a chi si accorgeva: “Volevo rompere uno stereotipo e cambiare la percezione che la gente ha della bellezza. C’è pressione sulle giovani donne perché devono essere in un certo modo. Quando ero giovane perdevo la fiducia in me stessa per questo. Credo davvero che la bellezza sia negli occhi di chi guarda, in tante forme, dimensioni e colori. Non c’è niente di più bello di qualcuno ha fiducia in se stesso ed è felice di come è”. Il messaggio è quello di una canzone bellissima che, dopo la Paralimpiade di Londra, la British Paraorchestra ha registrato (cliccare qui per vedere il video) insieme a campioni paralimpici e un coro di bambini a cantare nella lingua dei segni, True Colors: “…dont’ be afraid to let them show, your true colors are beautiful like a rainbow… non avere paura di mostrarli, i tuoi colori veri, sono belli come l’arcobaleno…”

Le  grandi atlete sono state una bella realtà di questa Paralimpiade. Scontano i problemi normali di una donna che vuole fare sport. Magari però hanno qualche barriera psicologica in più. Ecco perché sono sempre meno: nella delegazione italiana solo 4 su 35: Francesca Porcellato, una vita in carrozzina dopo l’incidente che l’ha resa paraplegica (un camion sbagliò manovra e la schiacciò: “potevo morire, sono viva”); Melania Corradini, portabandiera quando aveva 18 anni a Torino 2006, nata senza un avambraccio, esattamente come Cerrie Burnell, quella bravissima e bellissima (come lo è Melly) conduttrice di Bbc, di cui parlammo anche su InVisibili; Pamela Novaglio, emiplegica per un incidente sugli sci, che ha saputo risalirci e imparare anche a tirare (per dire, ha un record del mondo di 600 su 600, essì) nel biathlon;  Veronica Plebani, appena diciottenne, colpita a 15 anni dalla meningite, un sorriso meraviglioso e la capacità di dirti che mica è sicuro che tornerebbe indietro se potesse.

Forse anche la Paralimpiade avrebbe bisogno delle “quote rosa”. Ecco, la scelta di Oksana, che da adolescente si nasconde e da giovane donna si mostra, fa capire quanto lo sport sia stato utile in questo cammino, dentro una storia di vita durissima e complessa, verso la capacità di essere se stesse, senza vergogne e timori.

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