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La sordità, in termini medici “ipoacusia”, è il disturbo invalidante che corrisponde alla diminuita capacità di percepire i suoni e che, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, riguarda oggi circa 500 milioni di persone, ovvero il 5% dell’intera popolazione mondiale. Un numero destinato a salire nei prossimi anni, una patologia destinata a colpire in modo trasversale e a qualsiasi età, partendo da quella prenatale per arrivare fino a quella più avanzata.

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Fortunatamente oggi disponiamo di apparecchi sempre più tecnologici e precisi, che consentono di aumentare la capacità di ascolto nei casi in cui questa risulti indebolita o di crearla da zero nel caso in cui sia del tutto inesistente.

Apparecchiature che devono essere scelte con cura in base alle necessità, adattate alla situazione di ogni singola persona e, infine, attivate e messe in condizioni di lavorare al meglio per assicurare una buona qualità della vita di chi le indossa.

Che cosa significa occuparsi della gestione della sordità? Ne parliamo con la referente del percorso, la dottoressa Michela Zana, logopedista.

«Per prima cosa va detto che quando la sordità è trasmissiva, cioè riguarda la parte esterna e media dell’orecchio, è possibile intervenire sulle cause, che possono consistere in malformazioni o, ad esempio, alla presenza di catarro che ostruisce i canali uditivi. I problemi sorgono quando la sordità ha un’origine più profonda, interna, che riguarda il nervo acustico o la coclea. Si rientra in questo caso nel novero delle cosiddette ipoacusie neurosensoriali, su cui si può intervenire solo con l’utilizzo di speciali apparecchiature studiate per aumentare – o creare da zero – la capacità d’ascolto».

Quali sono le tipologie di apparecchiature contro la sordità e in quali occasioni possono essere impiegate?

«Parliamo di protesi o di impianti cocleari. Le protesi hanno un’applicazione esterna – possono essere retroauricolari, posizionate dietro al padiglione, o endoauricolari, inserite a mano all’interno del condotto uditivo – e sono sempre removibili. L’impianto cocleare viene invece applicato all’interno dell’orecchio tramite un intervento chirurgico eseguito da un otorinolaringoiatra ed è dotato di un “microfono” esterno che può essere facilmente rimosso all’occorrenza, per esempio quando si fa la doccia».

Come funzionano questi apparecchi e quando possono essere utilizzati?

«La funzione della protesi è quelle di amplificare i suoni, quindi di alzare il volume di quanto viene percepito. La scelta della protesi deve essere ben ponderata e non deve essere fatta solo in base a criteri estetici. Bisogna tenere conto del tipo di sordità e delle caratteristiche di chi la dovrà portare, non solo per il fatto che sia più o meno visibile. L’impianto cocleare, invece, non alza il volume ma trasforma l’informazione acustica in informazione elettrica: la parte esterna capta il suono e lo trasmette a quella interna che è un ricevitore che va a stimolare le cellule cigliate presenti nella coclea, che trasmettono la percezione del suono al cervello. L’aspetto fantastico è che un impianto di questo tipo non ha limiti e riesce a dare la percezione del suono anche a persone colpite da sordità assoluta».

Fatta questa dovuta premessa, quale attività viene svolta all’interno dell’Ambulatorio per la gestione della sordità di Humanita Medical Care di Bergamo?

«Per come viene spesso spiegato, l’utilizzo di apparecchi anti sordità sembra essere molto semplice e immediato. Ma non è così: la scelta e la gestione degli apparecchi sono azioni complesse, che devono essere eseguite da persone esperte, che sappiano indirizzare la persona con problemi di sordità verso le soluzioni più adatte alla sua specifica situazione. L’attività dell’Ambulatorio, prestata in regime privato, è quella di eseguire anzitutto una visita iniziale che valuti le abilità percettive uditive del paziente e aiuti a verificare quali possibilità di intervento ci siano, quali vie possano essere percorse, se sia consigliabile l’utilizzo di protesi o l’installazione di apparecchi cocleari. Se lo riteniamo necessario indirizziamo il paziente verso un chirurgo otorino – il nostro riferimento è il dottor Roberto Pareschi di Humanitas Castelli – che deciderà se sia il caso o meno di procedere con un intervento sull’orecchio esterno o se l’unica soluzione disponibile siano le protesi o gli impianti cocleari. In questo secondo caso, una volta scelta e posizionata l’apparecchiatura – sia essa protesi o impianto cocleare – riprendiamo in carico il paziente facendo in modo che i risultati che lo riguardano siano i migliori possibile. Dopo l’installazione è necessario infatti attivare e regolare il funzionamento dell’apparecchio. Per ogni paziente è necessario un approccio diverso, ognuno reagisce a suo modo alle stimolazioni derivate dai dispositivi, per questo è necessario procedere con un’attività personalizzata di training logopedico che favorisca la riabilitazione di percezioni che sono state persea nel tempo o che, nei casi di sordità congenita, non si sono mai avute».

Qual è il tipo di paziente che si rivolge all’Ambulatorio di gestione della sordità?

«È il paziente che si accorge di non sentirci bene e vuole porre rimedio a questa situazione. O il bambino, anche in età prelinguistica, che mostra evidenti difficoltà nell’ascolto. Questi stessi pazienti sono presi in carico e aiutati nella delicata fase post-chirurgica o che fa seguito all’adozione di protesi. Ma il percorso di sostegno è previsto anche per persone che magari hanno già installato impianti o protesi. La nostra attività consiste nel procedere con una valutazione della situazione che ci permetta di conoscere il paziente, capire quali sono i suoi bisogni, prima di procedere con un training logopedico che aiuti la gestione e il potenziamento delle capacità percettive e prima di fornire la dovuta assistenza all’adattamento dell’impianto cocleare».

In conclusione, dottoressa Zana, quanto è importante sentirci bene, anche dal punto di vista sociale?

«È molto importante e a volte non lo si sottolinea a dovere. La sordità incide in modo sensibile sulla qualità della vita di chi ne è colpito, gli impedisce di avere contatti con le altre persone, ne condiziona l’attività di apprendimento, professionale, di svago. Rappresenta una barriera netta tra la persona e il mondo che la circonda, riuscire ad abbatterla, anche se solo in parte, è davvero un grosso risultato che oggi può essere ottenuto, purché tutto sia fatto per il meglio».

 

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