Oliver Sacks è morto

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É morto “il poeta laureato della medicina contemporanea”, autore dei libri più affascinanti sul funzionamento della mente umana

di Alice Pace

Oliver Sacks si è spento oggi, a 82 anni, per colpa di un grave tumore al fegato. Una malattia che aveva annunciato attraverso le pagine del New York Times, mettendo nero su bianco di proprio pugno la sua reazione, impreparata ma allo stesso tempo coraggiosa, nel trovarsi a faccia a faccia con la morte. “Sono stato un essere senziente, un animale pensante di questo splendido Pianeta, ed è stato un enorme privilegio e un’immensa avventura”, scriveva appena lo scorso 19 febbraio.

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Pur di professione medico, neurologo per la precisione, verrà ricordato probabilmente più per le sue opere di divulgazione, alcune diventate veri e propri bestseller, dove per provare a toccare le corde più profonde del lettore arrivava persino a trasformare i suoi veri pazienti nei protagonisti dei suoi racconti. Tanto che, per la sua capacità di affascinare con la narrazione sugli innumerevoli misteri del cervello umano, avevano preso a definirlo “il poeta laureato della medicina contemporanea”.

Nato a Londra da una famiglia ebrea il 9 luglio 1933, Sacks trascorse l’infanzia e l’adolescenza in un ambiente stimolante di medici e scienziati: il padre era dottore in medicina interna, la madre uno dei primi chirurghi donna in Inghilterra. Studiò al Queen’s College di Oxford per laurearsi, nel 1954, in fisiologia e biologia e, quattro anni più tardi, in medicina e chirurgia.

Lasciò quindi il suo paese alla volta degli Stati Uniti per dedicarsi alla ricerca: al Mt. Zion Hospital di San Francisco prima, presso l’Università della California, a Los Angeles, poi, per trasferirsi infine in qualità di neurologo affermato a New York. Da lì non andò mai via, tanto da concludere la sua carriera con una cattedra in neurologia e psichiatria alla Columbia University, dove rimase fino al 2012, e una presso la New York School of Medicine, dove ancora insegnava neurologia nel centro dedicato alla ricerca sull’epilessia.

Le sue attività professionali negli Usa furono a dir poco frenetiche. Nel 1966 iniziò a lavorare per il Beth Abraham Hospital, una clinica per invalidi neurologici cronici nel bel mezzo del Bronx. Fu proprio in quelle stanze che ebbe uno degli incontri più straordinari della sua vita: quello con un gruppo di sopravvissuti all’encefalite letargica, una malattia infiammatoria del cervello che, protagonista di una vera e propria pandemia negli anni ’20, aveva lasciato strascichi terribili in molti pazienti. Persone costrette a trascorrere anni, se non addirittura decenni, congelate nell’immobilità, irrigidite quasi come statue umane, alcune in stato catatonico. E che lui vide coi suoi occhi ottenere dei miglioramenti improvvisi, quelli che poi chiamò risvegli, grazie a un (allora) nuovo farmaco, il levodopa: lo stesso che usiamo oggi come anti-Parkinson.

Fu l’esperienza che lo portò a cimentarsi per la prima volta con la scrittura: nacque così un racconto, dove protagonisti erano i suoi pazienti in carne e ossa e al quale diede il titolo, appunto, di Risvegli. Titolo che gli valse una grandissima popolarità come autore e divulgatore scientifico e che fu mantenuto, nel 1990, dall’omonimo film candidato agli Oscar che da qui prese la trama, dove recitarono attori del calibro di Robert De Niro e Robin Williams.

Ma la collezione di opere a sua firma è, a partire dagli anni ’70, davvero sterminata. Una vera e propria collezione di storie tratte dall’esperienza reale dei pazienti affetti dai disturbi neurologici più disparati, che spesso si adattano (ciascuno a suo modo) alla propria condizione. Pur rimanendo quasi sempre incurabili. Non mancano all’appello l’epilessia, la schizofrenia, la sindrome di Tourette, la malattia di Parkinson, il morbo di Alzheimer e il ritardo mentale, problemi che Sacks descriveva sempre cercando di chiarire in che modo il cervello si rapporta con la memoria, la percezione, l’individualità.

Ne L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, per esempio, raccontava di un uomo affetto da agnosia, un disturbo della percezione che comporta l’incapacità di riconoscere o distinguere oggetti, persone, forme, anche se già noti. In Un antropologo su Marte, ci faceva vivere in prima persona la condizione di chi è copito da una particolare forma di autismo, la sindrome di Asperger. Esplorò il mondo della sordità e della lingua dei segni con Vedere voci, ma anche quello di chi è affetto da acromatopsia, cioè che non riconosce le differenze cromatiche, nel famosissimo L’isola dei senza colore.

Tra i libri più recenti, Musicofilia, del 2007, dove esplora gli effetti della musica sul cervello umano, descrivendo l’intersezione tra musica e neurologia e spiegando le basi della music therapy. Ma anche, ultimo, Allucinazioni, un viaggio tra stati allucinatori di ogni tipo, personaggi assolutamente convinti di vedere, ascoltare, toccare o annusare cose inesistenti, nonché una confessione (a 80 anni suonati) del lungo periodo in cui un curiosissimo ed eccentrico Sacks in versione anni ’60 faceva uso di cannabis, Lds e svariate altre sostanze allucinogene.

Negli ultimi anni si aprì molto al racconto dichiaratamente autobiografico. Nel 2010, per esempio, rendeva noto di aver perso la vista binoculare per colpa della radio e della laser terapia contro un melanoma all’occhio destro. Esperienza ripresa anch’essa in un libro, L’occhio della mente, dove arriva a fantasticare sul possibile impianto di un chip radioattivo nel proprio occhio per condurre degli esperimenti: insomma, per lui ogni momento era quello giusto per un nuovo, inaspettato e coinvolgente racconto.

“Riportando la narrazione al centro della pratica medica, Sacks ha riportato la professione alle sue vere radici”, si pronunciava lo scrittore Steve Silberman su Wired US, nell’esprimere la sua ammirazione per lo sforzo di voler descrivere in tutto il suo fascino, e spesso riuscendoci, la mente umana.

Forse avrebbe preferito essere ricordato come un grande scienziato o un genio della medicina. Ma la lezione dei suoi tanti libri è che l’eroe non è mai il dottore, e l’eroina non è mai la medicina. “I suoi eroi sono i pazienti mentre imparano a gestire un’innata capacità di crescita e adattamento nel bel mezzo del caos delle loro menti confusionarie” scrive Silberman. E noi lettori, i suoi pazienti, ce li ricordiamo tutti: dal malato di Tourette che diventa un grande chirurgo al pittore che non riconosce più i colori ma che ritrova la sua identità più profonda nelle tele in bianco e nero. Il segno che, se c’era una lezione da imparare, ce l’ha insegnata eccome.

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