Insegnanti di sostegno, “serie A o serie B”? E’ scontro tra Sofri e Nicoletti

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di Giovanni Maria Bellu

Per Adriano Sofri c’è il rischio di formare una categoria di insegnanti “di serie B”. Secondo Gianluca Nicoletti è invece “desolante” che “un intellettuale che si è sempre fatto bandiera della salvaguardia delle categorie più oppresse, arrivi a sostenere una battaglia corporativa per difendere un privilegio acquisito”. La “battaglia corporativa” di cui parla Nicoletti – che è padre di un ragazzo autistico – è quella contro l’ipotesi di istituire il ruolo degli “insegnanti di sostegno”; il “privilegio acquisito” è l’attuale possibilità per gli insegnanti di sostegno di passare al ruolo di “normali insegnanti”.
26 mag 2015
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L’istituzione di un ruolo specifico è evocata dall’articolo 23 del disegno di legge sulla “buona scuola” che ha, tra i “criteri direttivi” ai quali il governo dovrà attenersi, la “promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità”. Alcuni di questi possibili criteri sono esposti in un proposta di legge firmata anche dal sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone (padre di una ragazza autistica) ed elaborata dalla Fish (Federazione italiana per il superamento handicap). Si tratta, appunto, di una proposta. Ma l’autorevolezza dei firmatari, il sostegno del Partito democratico, il favore delle famiglie dei ragazzi disabili, rendono piuttosto probabile che vada in porto. Lo scontro, infatti, è partito subito.
“La preoccupazione di creare una categoria di insegnanti di serie B – afferma Donata Vivanti, vicepresidente della Fish – mi pare del tutto priva di fondamento. Succede già oggi che gli insegnanti di sostegno si sentano trattati come ‘di serie B’. La ragione è che, quando non hanno competenze specifiche, finiscono con l’agire dietro la delega degli insegnanti titolari. Con i quali, invece, dovrebbero instaurare un rapporto di collaborazione per metterli nelle condizioni di insegnare la loro materia a tutti i ragazzi della classe, quindi anche a quello specifico ragazzo disabile che la frequenta”.
La linea di separazione tra i due fronti è netta. La necessità di insegnanti di sostegno specializzati e stabili è condivisa in modo pressoché unanime dalle associazioni e dai genitori. Cioè da quanti hanno esperienza diretta di una situazione che sostanzialmente affida la qualità e la continuità del sostegno alla buona sorte. Ci sono insegnanti di sostegno molto ben preparati, che svolgono con passione il loro ruolo, e ce ne sono altri totalmente incompetenti che si sono proposti solo perché accettare quel ruolo era l’unica via disponibile per accedere all’insegnamento. In questi casi il “sostegno” spesso si traduce nel badare al ragazzo tenendolo alla larga dalla classe. Un’attività che somiglia più a quella del badante che a quella dell’insegnante.
Secondo Sofri (l’ha scritto giovedì scorso su Repubblica) “se l’insegnante di sostegno scopre di non farcela, di mancare di idee e stimoli, è meglio che possa cambiare, passando alla sua materia, piuttosto che restare nel sostegno per obbligo normativo”. E, dopo aver ricordato che già oggi la possibilità del passaggio incontra dei limiti (è consentito solo dopo cinque anni nel ruolo di sostegno) a sostegno della tesi ha aggiunto che “le ragioni per cui i ragazzi cambiano spesso l’insegnante di sostegno sono i ritardi burocratici, la precarietà e i tagli”.
Si tratta certamente di alcune delle concause dei problemi attuali. Ma, fanno notare dal fronte opposto, il punto è un altro. Si tratta di mettersi d’accordo sui compiti dell’insegnante di sostegno, su ciò che gli si chiede. Se si ritiene che debba essere un “ponte” tra gli insegnanti delle varie materie e il ragazzo (le sue competenze, la sua sensibilità, il tipo e il livello della sua disabilità) è necessaria una specializzazione alta. Da questo punto di vista, il rischio non è quello di creare una categoria di insegnanti di “serie B” ma, eventualmente, di “super seria A”. La proposta di legge prevede, dopo un anno di formazione riferita alla disabilità in generale, una specializzazione ulteriore. “Per elaborare la strategia educativa per un ragazzo autistico – prosegue Donata Vivanti – è utile conoscere le strategie di educazione speciale studiate per altre disabilità. Si può così, per esempio, scoprire che in alcuni casi l’utilizzo delle immagini per favorire la comunicazione, una tecnica utilizzata solitamente nell’autismo, è meno efficace del linguaggio dei segni”.
L’insegnante di sostegno del futuro (che coincide, per fortuna, con molte figure di insegnanti di sostegno del presente) è una figura autorevole, specializzata, un punto di riferimento per tutti i suoi colleghi delle altre materie. Un professionista “creativo” che padroneggia le tecniche di educazione speciale ed è in grado di applicarle nel modo più efficace al singolo studente. “Occuparsi di un ragazzo come il mio, caro Sofri – ha scritto Gianluca Nicoletti – non è una simpatica esperienza da provare per sentirsi migliori, non è come un corso di Tai Chi o qualche giorno di volontariato in periferia. Soprattutto non deve occupare un insegnante a patto che riesca a suscitare idee e stimoli, salvo poi mollare tutto quando si accorge di non essere adatto a quel lavoro. Parlo dei disabili che conosco per mia personale esperienza che sono gli autistici, sono anche quelli che maggiormente affollano le classi delle scuole italiane, posso dirti con sincerità che noi genitori sono anni che speriamo di incontrare insegnanti di sostegno che abbiano anche solo una minima idea di cosa sia la sindrome che è toccata ai nostri figli”.
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