La voce nascosta dei sordociechi

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È un deficit severo quello che impedisce a migliaia di persone di vedere e di sentire. In altre parole, di comunicare con gli altri. Per lo meno attraverso i canali più tradizionali. Ma all’istituto romano Sant’Alessio Margherita di Savoia tanto si può fare per rafforzare il filo che lega ciascuno al mondo circostante. L’inchiesta di SuperAbile Magazine

Agostino-150x124Nella stanza regna un silenzio febbrile. Fatto di mani che si intrecciano e si separano, svelte e sapienti, in un gioco continuo di gesti e figure che ricordano le ombre cinesi proiettate sui muri. Entri in punta di piedi con la sensazione di disturbare un dialogo intenso e resti in attesa che le interpreti annuncino la tua presenza muovendo veloci le dita sopra altre dita.

Tre pomeriggi a settimana, in una delle tante sale dell’Istituto Sant’Alessio Margherita di Savoia di Roma, un piccolo gruppo si incontra per guardare film, leggere giornali e praticare bioenergetica, una sorta di ginnastica dolce che riattiva il corpo e lo spirito. Sono tutti sordociechi, una disabilità severa che può essere mitigata grazie ad ausili e interpreti in grado di facilitare la comunicazione col mondo. Guidati da Angela Pimpinella, la prima laureata sordocieca d’Italia, tessono il rapporto con l’esterno, partendo dal desiderio di stabilire un contatto fatto di scambi, letture, visite nei tanti musei della città.

E sempre più spesso di incontri con giornalisti, fotografi e registi che vogliono conoscere la vita di chi non può vedere e non può sentire. A turno i partecipanti del laboratorio prendono la parola, in un giro celere e ordinato di presentazioni. Partendo ciascuno dal proprio segno-nome, un gesto delle mani che appartiene a ogni singolo individuo e ne indica l’identità. Alcuni si esprimono attraverso la Lis tattile, altri usano il Malossi, un sistema di comunicazione che dà vita alle parole usando le varie parti della mano come i tasti di una macchina da scrivere. L’inchiesta è pubblicata sul numero 6 di SuperAbile Magazine, la rivista sulla disabilità edita da Inail.

Amerigo, 74 anni, occhiali e camicia neri, è bello come un attore. Il suo segno-nome è una specie di grande cerchio che lui traccia con il palmo della mano davanti al viso. “Me lo hanno dato le suore quando ero piccolo – spiega all’interprete -. Attribuivano un nome a tutti, ma il gesto della mano era quasi sempre uguale e così avevamo tutti nomi simili”, prosegue con un sorriso appena percettibile. “Ho cominciato a frequentare le attività del centro nel 2000, insieme a mia sorella Ivana e ad Angela. All’inizio si trattava di una sperimentazione, eravamo soltanto in tre. Poi sono arrivati altri e ora siamo un gruppetto. Se non venissi qui, sarei costretto a girare tutto il giorno per casa a non far nulla”. Pino conosce Amerigo e Ivana fin da quando era piccolo ed è proprio grazie a loro che nel settembre 2003 ha cominciato a frequentare i laboratori del Sant’Alessio.

“È meglio venire al Centro che restarsene a casa isolati – osserva -. Qui riusciamo ad avere informazioni su ciò che accade nel mondo esterno”. Il segno-nome di Ivana, sorella di Amerigo, è una mano che tocca una spalla. Alla lettera significa “russa” e per analogia indica lei, che porta appunto un nome proveniente dal Paese degli zar. “Ci tengo a precisare che sono diventata cieca tre anni fa – sottolinea -. In passato ero solo sorda, lavoravo in ospedale e sognavo sognavo con la Lis tradizionale. Mi piacciono i film storici e prima ne guardavo tantissimi. Qui ogni mercoledì ne vediamo un pezzetto: una cosa molto importante per me, insieme a tutte le informazioni che riusciamo ad avere e che ci permettono di ampliare la nostra cultura. Amo soprattutto andare a visitare i musei”.

Sono tra i 3mila e gli 11mila, secondo le stime, i sordociechi che vivono nel nostro Paese. Una popolazione eterogenea composta da persone in età e situazioni diverse, a partire dal momento e dalle ragioni che hanno determinato un deficit così grave. Che mette a repentaglio la capacità di comunicazione col mondo, l’autonomia personale e l’apprendimento. Si tratta di una disabilità congenita o acquisita, che in alcuni casi può accompagnarsi a ritardo evolutivo, difficoltà motorie e patologie organiche. “È impressionante assistere alla sensazione di rinascita delle persone che arrivano disperate e, dopo sei mesi di scuola di formazione all’autonomia e mobilità, tornano a casa orgogliose di affrontare la vita con nuovi strumenti di comunicazione e indipendenza”, dichiara il presidente del Sant’Alessio Margherita di Savoia, Amedeo Piva, che pure non nega i tanti problemi dell’Istituto: “Nonostante le enormi potenzialità dovute alla professionalità di operatori in grado di restituire vita e speranza a tanti adulti e bambini, la struttura paga lo scotto di un enorme patrimonio immobiliare assai faticoso da gestire: quello che dovrebbe essere fonte di ricchezza e risorse aggiuntive diventa una zavorra. Stiamo pensando a una grande innovazione nella gestione”. Nel frattempo sono oltre 300 i beneficiari dei molti servizi offerti dal polo romano, la maggior parte dei quali soltanto non vedenti. “Attraverso i nostri tre centri per sordociechi e pluriminorati di Roma, Latina e Frosinone eroghiamo un’assistenza a 360 gradi su tutta la regione Lazio – precisa la tiflologa Marina Scarvaci -. Si va dalla riabilitazione ai servizi domiciliari, dal sostegno scolastico alla formazione professionale”. (Antonella Patete)

http://www.superabile.it/

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