Eleonora, quelle scosse a L’Aquila senza rumori

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E ora dove sono? Che fanno? Come vivono? Ci sono persone finite, anche in maniera minore, nella cronaca, perché disabili o divenute tali, e poi dimenticate. Ecco le loro storie recuperate. Si parte da un terremoto e da Eleonora.

di Claudio Arrigoni

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Nel 2014 saranno cinque anni. L’Aquila e quel momento in cui la terra trema più forte di mille e mille altre volte, in cui crollano case e vite. Eleonora era lì. L’ultima persona estratta viva dalle macerie di quei palazzi diventati tombe. Nel suo morirono 19 persone. “Paura, tantissima paura. E quel buio. Il tempo che non passava mai”. Sono tante 42 ore. Quelle passate sotto le macerie. Quasi due giorni, 151 mila e 200 secondi. “Il tempo non sai se passa”. Le immagini del suo ritrovamento e recupero le trasmisero nel mondo. Schiacciate da un blocco di cemento una mano e una gamba. “Pensavo me la amputassero”. Senza sentire nulla. Perché Eleonora è sorda dalla nascita.

“Ho un impianto cocleare, me l’hanno messo che avevo 5 anni e mezzo e lo avevo cambiato poco prima di partire per L’Aquila”. Eleonora Calesini non sente, come suo fratello, in una famiglia dove nessun altro, a partire da mamma Lidia e papà Luigi, ha problemi di udito. Frequentava l’Accademia dell’Immagine, importante scuola di cinema, sua passione insieme alla pallacanestro. Non può più giocare: “Mi è rimasto un piede semiparalizzato e una mano senza forza”. La sua squadra era a Montecchio, bel posto di basket femminile, ora rimane il mito di MJ o il tifo per Kobe Bryant e i Lakers di Mike D’Antoni al piano nobile dell’Nba. Ma dopo aver visto la morte le priorità cambiano: “Mi manca non praticare sport, tanto, prima era fondamentale. Ma vedo il mondo diversamente, ci sono cose più importanti. Quando avevo 17 anni e notavo qualcuno a cui mancava una gamba o altro, mi dicevo: ‘E’ meglio morire’. Mi sentivo forte. Dopo quello che mi è successo, mi è cambiato il punto di vista”.

Venti anni da pochi giorni, quella notte del 6 aprile del 2009. La scossa più forte poco dopo le 3, ma la paura era da giorni. Nel crollo, era rimasta sepolta sotto le macerie di quel palazzo di cinque piani, ma l’aiutò il fatto di essere magra : “Mi sono salvata per questo incastrandomi miracolosamente in una nicchia di muro”, racconta a Fabrizio Caccia sul Corriere della Sera (qui l’articolo).

A L’Aquila, Elly viveva con altre studentesse, arrivando da Mondaino, pochi chilometri da Rimini, non di mare e non di terra. Una stanza con altre tre. Una era tornata a casa, un’altra ancora era andata a dormire in auto con il fidanzato, non si fidava a stare lì. Erano lei ed Enza, in quell’appartamento al primo piano. Recentemente lo ha raccontato in un bell’incontro all’Università di Reggio Emilia, in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità: “Abbiamo messo i letti vicini perché avevamo paura. Appena tutto ha cominciato a tremare fortissimo, mi sono alzata, ma non riuscivo a scappare. Ero vicino alla porta, quando c’è stata la scossa e crollava tutto e sono andata giù. Prima di dormire toglievo sempre l’impianto, quindi non sentivo nulla. Ero bloccata, avevo una gamba e una mano schiacciate, aspettavo qualcuno però il tempo passava, non potevo sentire nulla, non vedevo nulla, c’era buio, avevo tantissima paura, ma tantissima. Il tempo passava, ma il tempo non passa mai quando sei lì sotto, due ore o sei ore ma tu non lo sai, non ti rendi conto. Scatta l’istinto di sopravvivenza, non ne potevo più di stare sotto, le speranze morivano, io volevo morire, soffrivo, non ne potevo più. Ho pregato, tanto, sono credente e non smettevo di pensare a famiglia e amici. Ho visto muovere qualcosa e allora ho urlato e ancora urlato. Ma non sentivo. Ho visto la luce, è stato bellissimo, mai provato una sensazione così. Ogni volta che ci penso ho i brividi, ero felicissima, nonostante fossi messa male”.

Non è stato facile riprendere. “Mesi di depressione, chiudevo gli occhi e vedevo che tutto crollava. Fondamentali sono stati la famiglia e gli amici”. Eleonora ha ripreso a studiare, dopo quattro mesi era all’Accademia di Belle Arti ad Urbino. “Non volevo stare ferma”. Intanto frequentava anche l’Accademia del Cinema Nazionale di Bologna. A febbraio 2013 si è laureata ad Urbino, la tesi di laurea è stata il suo primo corto, Circus 3D (lo trovate cliccando qui e cliccando qui c’è il making of). Insieme ad amici lavora in una associazione cinematografica a Cattolica, www.tobydammit.it, che organizza “proiezioni, spettacoli, dibattiti, conferenze, inchieste, corsi, pubblicazioni, seminari, – utilizzando soprattutto il cinema e gli altri mezzi audiovisivi”. Intanto sta scrivendo un libro sui fatti de L’Aquila, sui quali ha già pronto un bellissimo soggetto per un lungometraggio (ma si può adattare anche a un corto, basta trovare chi ci crede e, davvero, varrebbe la pena crederci), che aspetta un produttore. “Quando studiavo volevo andare a Londra. Chissà, magari andrò. Ma ora vivo nel presente, mi piace quello che faccio. E sono felice, sì”.

http://invisibili.corriere.it/

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