Assistente sessuale per disabili. “Deve poter diventare una professione non relegata alla prostituzione”

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Debora De Angelis si batte per vedere riconosciuta la professione di Love Giver, che mira a dare assistenza sessuale alle persone disabili. Perché il sesso è un diritto.

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G.G. – 27 maggio 2013 «Una lovegiver è qualcuno di completamente a posto col proprio corpo e con la propria sessualità, dotato di grande empatia, che può aiutare a risolvere problematiche legate alla sessualità senza alimentarle ai fini di preservare una clientela. Tutto questo si raggiunge in parte con una naturale inclinazione, in parte attraverso una formazione adeguata con psicologi e sessuologi. È inutile confrontare assistenza e prostituzione; appena si approfondisce la questione, si capisce quanto siano diversi questi due approcci alla sessualità».

Queste le parole pronunciate durante un’intervista di Lorenzo Sani a Debora De Angelis, 31 anni, di Roma, testimonial del progetto Love Giver, che mira a predisporre e promuovere una proposta legislativa di iniziativa popolare per il riconoscimento della figura professionale dell’assistente sessuale, al fine di garantire il benessere psicofisico delle persone con disabilità o in condizioni di emarginazione affettiva e sessuale.  È una professione che in Italia non esiste, e che, anzi, viene giudicata ed etichettata subito sotto mascherata prostituzione, mentre così non è.

«Tutto ebbe inizio tre anni fa, quando lessi la storia del fisico nucleare FulvioFrisone, una delle menti più brillanti d’Italia, e di sua madre, Lucia. La donna si rese conto di quanto l’impossibilità di esprimersi sessualmente, per suo figlio, affetto da tetraparesi spastica, fosse un problema a cui trovare soluzione a ogni costo. La signora Lucia lottò per garantire a suo figlio l’aiuto di donne, prostitute, che frequentavano la sua casa e alleviavano quella che evidentemente per Fulvio era una terribile sofferenza. Subito mi chiesi come ci si potesse sentire all’interno di un corpo che ha fortissimi impulsi sessuali, se non si potessero usare nemmeno le mani per alleviare quella tensione. Immediatamente dopo, però, mi convinsi che avrei saputo aiutare quella persona».

«Di lì a poco incontrai un ragazzo disabile, con cui condividevo la passione politica. Anche lui era affetto da tetraparesi, come Frisone. All’epoca non era tanto il fatto che un disabile non potesse fare l’amore a crucciarmi, perché pure a molti normodotati capita di non essere fortunati nell’ambito intimo e relazionale. L’autoerotismo, o meglio la sua impossibilità, era ciò che mi stonava. Presumevo che per un uomo gli impulsi sessuali fossero anche più pressanti e frequenti, rispetto a una donna, volevo sapere dal mio amico se la disabilità, per caso, li attenuasse. Senza molta sorpresa, mi rivelò che non li attenuava affatto. Semmai, l’impossibilità di esprimerli, li amplificava fino a farli diventare una specie di pensiero fisso, un’ossessione».

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