VIDEO – Meno di cinque minuti

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L’Oms, il maggior organismo che si occupa della salute sul nostro pianeta, considera prime ex aequo la cecità e la sordità come le disabilità più gravi.

meno5minutivideoQueste condizioni comportano inevitabilmente l’insorgere di gravi e numerosi ostacoli da gestire per il fruire normale dell’esistenza e per l’ottenimento di una buona qualità di vita.

La realtà sociale, nella norma, è strutturata, infatti, a misura della visione e della comunicazione audio verbale; una volta lesi i relativi organi neurosensoriali, si elevano in automatico barriere di vario peso, genere, misura.

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Ostacoli della cui esistenza spesso neanche ci ricordiamo; sono steccati di per sé inesistenti per un normodotato, che emergono tuttavia con tutta la loro drammaticità nelle comuni occasioni della vita di tutti i giorni, rendendo davvero difficile l’esistenza per chi con quella condizione è costretto a convivere.
C’è da aggiungere che queste due condizioni presentano inoltre, diciamo così, un abito, un modo di mostrarsi, di apparire, assai differente.
La persona cieca è immediatamente riconosciuta come tale; nel senso che la diagnosi d’ipovedente è pressoché contemporanea all’insorgenza della patologia invalidante.
Ne consegue che tutti i supporti disponibili, gli strumenti, gli espedienti, i sussidi ritenuti validi per un’efficace gestione della condizione di non vedente, volta al superamento degli inevitabili handicap da affrontare, sono approntati all’istante.
Lo status di non vedente oserei dire che è plateale: chiunque cioè identifica puntualmente un non vedente. Il bastone bianco, il cane guida, la fissità dello sguardo, magari gli occhiali neri, il procedere incerto, la particolare acutezza auditiva, il leggere con le dita, usare il tatto, tanti particolari specificano la condizione di portatore di handicap visivo.
In un certo senso allertano l’ambiente, con le conseguenze del caso, umanamente volte a facilitargli l’esistenza da parte di chiunque: gli si cede il passo, magari lo si guida, gli si forniscono informazioni con il solo tramite audio verbale, integro nella persona.
Diverso il caso nella persona sorda: la sua condizione è spesso definita, assai efficacemente, come “invisibile”.
La diagnosi di sordità spesso è misconosciuta, certificata in ritardo, attestata più avanti rispetto all’epoca d’insorgenza, confusa o relazionata a “normali” ritardi nell’acquisizione della parola o dello sviluppo psicofisico.
Di per sé, la sordità non si vede, o almeno non si vede subito: di conseguenza, la persona sorda in tutto e per tutto, appare e viene gestito come un normodotato.
E normodotato, in effetti, è, se non fosse che è impedito nell’uso del canale audio verbale; serve quindi valorizzare un canale alternativo integro, normalmente quello visivo, esattamente all’inverso con il non vedente.
Solo che questa semplice, e diciamo pure banale soluzione, è spesso impedita, ostacolata, non è accolta, non è accreditata degna di fede; sembra una situazione paradossale, ma proprio quel carattere di “invisibilità” della sordità rende irragionevole, troppo facile, semplicistico, sfruttare il canale visivo per la piena realizzazione, per l’integrazione sociale, per lo sviluppo autonomo e armonioso della personalità della persona sorda.
Le soluzioni, che pure esistono, volte a gestire con efficacia e sapienza la sordità, sono soluzioni fondate sul vedere, sono soluzioni veramente elementari, ovvie, chiare e comprensibili, eppure non vengono messe in atto, o solo parzialmente.
Tutti si rendono conto che un cieco non vede, ma sente, e si comportano di conseguenza, a nessun verrebbe in mente di mostrare a un cieco un testo scritto o un’immagine.
Tutti sanno che un sordo non sente, ma vede, quindi si dovrebbero logicamente veicolare le normali comunicazioni intersociali in forma visiva, mostrare sempre i sottotitoli tv, per fare un esempio, e non ogni tanto, invece nessuno ritiene illogico comunicare a forza solo a voce con un sordo.
Tutto questo appena detto è esplicitamente mostrato, con valentia, maestria, ingegnosità e talento in un breve filmato tratto da un’idea di Giovanna Forcella, con la regia e il montaggio di Daniela Domine.
Meno di cinque minuti sono sufficienti, senza l’ausilio di nessun dialogo audio, per inoltrare, con efficacia e bravura, un chiaro e limpido messaggio, rivolto specialmente ai normodotati: il sonoro non serve, in fondo non occorre molto per capirsi. Il messaggio è il seguente: esiste un’umanità, oserei aggiungere una bella umanità, che ha tutti i diritti e tutte le buone ragioni per vivere la propria esistenza in maniera pari agli altri, che può lavorare, vedere film, tv, spettacoli, parlare, vivere, stare con gli altri, innamorarsi, ridere o piangere come tutti, se solo gli si permette di esprimersi e comunicare nella modalità a loro più congeniale, quella visivo segnante.
Quest’umanità sarà pure invisibile ma non è meno reale, c’è, vive, esiste. L’umanità sorda.
“Io esisto” è il titolo di questo semplice e magnifico corto, un corto stupendo per quello che dice e per come lo dice, scorrevole e profondo, lineare ed intenso.
Un corto pensato, scritto, diretto, recitato e montato da persone sorde, diretto specialmente a chi sordo non è, e a chi i sordi non conosce.

Credo fermamente che dovrebbe essere pubblicizzato al massimo, diffuso nelle scuole, in rai, nei cinema, nei teatri; in pochi minuti dice sulla sordità molto più di tanti libri, saggi, convegni, seminari.
Lo dice in maniera semplice, chiara, diretta, efficace, esauriente.
La protagonista è una ragazza sorda che, in primo piano, simula visivamente il suo cammino esistenziale.
Con un’aria solare, ora sbarazzina e ora seria insieme, a seconda delle circostanze di vita, esemplifica magistralmente lo scorrere della sua esistenza, alla iniziale delusione per i continui ostacoli, per le continue e banali barriere comunicative, gradualmente e visibilmente la sua espressività muta, appare esplicitamente ed in maniera via via sempre più ingravescente la gioia e la speranza di una vita migliore, diversa, intensa, se soltanto si desidera veramente abbattere le barriere comunicative una volta per sempre, adottando pochissimi ma indispensabili, essenziali accorgimenti.
Eccola non poter rispondere ad una convocazione audio per un colloquio di lavoro, non poter seguire una trasmissione televisiva in modalità sonora, eccola tagliata fuori dalle normali comunicazioni della società civile, della famiglia, degli amici, con un’espressività prima avvilita, poi dispiaciuta, infine depressa e amareggiata.
Quando poi si realizzano le semplici ed efficaci soluzioni a portata di mano, ecco che lei letteralmente rinasce, ritrova il sorriso, l’entusiasmo, la voglia di esserci, di partecipare, il suo sorriso sempre più aperto è un inno alla gioia di vivere.
E quali sono queste soluzioni? Sono soluzioni semplici, semplicissime, lineari: un sms o una comunicazione scritta per convocarla a un incontro; sottotitoli per seguire la tv, il telegiornale, il cinema, qualsiasi fonte d’informazione; parlare con lei normalmente, piano, scandendo bene le parole, mai ad alta voce che distorce innaturalmente il parlato, stando di fronte alla persona sorda perché utilizzi al meglio la labiolettura, usando l’espressività, la postura, il linguaggio del corpo, e per ultimo, ma non ultima, la LIS.
Ci sono due scene fantastiche nel corto: in una stazione l’altoparlante annuncia un cambio binario per un treno in partenza, tutti si spostano tranne ovviamente la protagonista sorda, impossibilitata a cogliere l’avviso.
Ebbene un udente, accortosi della situazione, si premura di informarla in LIS.
Lo fa con semplicità, con naturalezza, con una LIS elementare, come farebbe chiunque altro con un minimo di sensibilità e di umanità.
A quale udente non è capitato di fornire semplici indicazioni a turisti stranieri in inglese, la lingua internazionale per eccellenza? Sapendola, ovviamente; ma quale udente oggi non mastica almeno un po’ l’inglese?
E con la LIS, in un’altra scena, lo stesso udente si premura di inserire la giovane sorda nella conversazione, nella comunità, nel gruppo, in società: e lo fa sempre con spontaneità, con naturalezza, perché lei c’è, esiste, fa parte del genere umano.
L’udente parla in LIS, conosce la LIS: e allora? Che c’è di strano? Non è, né deve essere l’unico!
La LIS è una lingua, e come tanti imparano l’inglese, “masticano” l’inglese, possono bene imparare la LIS, alfabetizzarsi nella lingua italiana dei segni.
Male non farà, semmai procurerà solo bene, arricchirà come sempre arricchisce sapere un’altra lingua, conoscere un’altra cultura, con la sua storia,costumi, abitudini.
Non è difficile, dopotutto i sordi imparano benissimo a parlare in italiano, e questo costa assai più fatica, lo dico da bilingue. Non bisogna mai dimenticare che l’integrazione, perché sia efficace, deve essere sempre bilaterale, presuppone un doppio impegno, da parte di chi si sforza per integrarsi in pieno e da parte di chi s’incarica di facilitare l’integrazione. Ne guadagnano tutti.
Non si possono ignorare le persone sorde, sono persone, esistono. Io esisto. Noi esistiamo

Bruno Izzo

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