Roma, sfida finale in piazze semivuote con l’incubo dell’astensione alle urne

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San Giovanni per Marino spopolata. Al Colosseo il richiamo
del Cavaliere non basta più. Sparite le folle oceaniche di Grillo. Più pop che glamour al comizio di Marchini

di Mario Ajello

20130525_campidoglioCampagna fredda per il Campidoglio Il grande freddo è calato sulla città e, soprattutto, sulla politica della città. Roma non sembra Roma, con le piazze semivuote. Si riempiono poco e si svuotano subito. Non una soltanto. Tutte. E forse la meno depressa è quella a San Paolo, dove canta Venditti e parla Alfio Marchini. Il gelo non è solo un fatto atmosferico ma è il clima della disillusione galoppante che rompe lo schema classico del rapporto tra i romani e i partiti – il «famo a fidasse» – e lo sostituisce con il vuoto di ieri sera, in una città spiazzata. Senza bandiere, senza speranze. Questo è il prodotto vivente (anzi vivacchiante) di una campagna elettorale per lo più priva di progetti forti.

Priva di idee che innovano, di una imago urbis che sia allo stesso tempo visionaria e concreta e all’altezza del rango della Capitale. E allora, davanti alla sparuta folla tra il Colosseo e l’Arco di Costantino, ci sono i fan di Alemanno e di Berlusconi che cantano «Menomale che Silvio c’è». Il Cavaliere dà, senza troppa convinzione, del dittatore a Grillo e quello, come di routine, da piazza del Popolo con poco popolo e luogo imparagonabile ieri ai bagni di folla che Beppe incassava nell’epoca d’oro delle elezioni politiche, risponde: «Stai attento, nano».

Il titanismo della politica, dentro queste piazze vuote ed è vuotissima piazza San Giovanni con Marino che grida «daje!» ma l’urlo si perde nel gelo dell’assenza, si è capovolto nel suo contrario: la debolezza estrema, rappresentata dalla solitudine in cui i cittadini hanno deciso di lasciare, almeno ieri, coloro che ne dovrebbero decidere le sorti dal Campidoglio.

NON VOTO
Il sondaggista Nando Pagnoncelli, osservando i vuoti di piazza, ha commentato ieri sera: «Elezioni sottotono. Si teme l’astensione». E su Twitter sono cominciati a piovere paradossi del tipo: «L’astensione toccherà quota 98 per cento». Naturalmente non sarà così, per fortuna. Ma il segnale di piazza San Giovanni è di quelli preoccupanti, non solo per la sinistra. Neanche le truppe cammellate del Pd sono arrivate per il comizio di Marino. Tre o quattro aiuole riempite con qualche militante attempato o con qualche pezzo di apparato (lo stesso che la folla più pop che glamour al comizio di Marchini non vuole più vedere), il segretario democrat Epifani che c’è ma non parla perchè surgelato dal freddo sia atmosferico che politico e dal candidato che non lo vuole sul palco, e Marino che incita una folla mai vista così piccola in questo luogo che fu mitico e che ieri sembrava un giardinetto desolato: «Dobbiamo far somigliare Roma a questa nostra magnifica piazza». L’Urbe diventerà un deserto? Bandiere del Pd quasi non ce ne sono, quelle rosse di Sel eccole, ma soprattutto – guarda chi si rivede – ci sono quelle dei Verdi con il sole che ride. Almeno, c’è qualcuno che ride. A piazza del Popolo, dove il candidato De Vito è il volto del grillismo a rischio sbiadimento, si sparano cifre: «Siamo cinquantamila!». Ma figuriamoci. «Dividiamo questa cifra per dieci», dicono al Pd e al Pdl. E la guerra delle cifre è cominciata, ma nessuno può dire di averla vinta. Sotto l’arco di Costantino – il simbolo dei trionfi degli imperatori romani ma qui di campagne trionfali non se ne vedono – Berlusconi fa il solito karaoke, il gioco a quiz e cerca di nascondere i brividi del grande freddo nel grande vuoto. Provano ad avvolgerlo dentro una giacca a vento e lui: «Non sarà mica grande come la scheda su cui si vota domenica e lunedì?». In questa piazzetta, tre o quattro bancarelle vendono le spillette del sindaco, ma la Roma alemanna che ci si ritrova è per lo più quella del ceto politico, i romani sono altrove, probabilmente a riflettere nelle loro abitazioni su una città da cui si aspettavano di più e che avrebbero voluto diversa. La malinconia, sia nella Roma di destra sia nella Roma di sinistra, è il dato forte della giornata di ieri. Insieme alla velocità d’esecuzione: Berlusconi, che è un tipo torrenziale, ieri ha pronunciato per i suoi candidati il discorso più breve del ventennio berlusconiano: dieci minuti. Poi tutti via. Chi invece resta in piazza, nella piazza democrat a San Giovanni, si commuove guardando le foto di Petroselli e così vede il futuro: «Ora arriva l’autombulanza e si porta via Marino che è surgelato?». Un ex assessore veltroniano si aggira sconsolato e esclama: «C’era più gente alla festa del carciofo!». E un vecchio compagno fa paragoni: «Certo, Walter (Veltroni, ndr), aveva ’n artro passo….».

C’ERA UNA VOLTA
Intorno al vuoto a destra e a sinistra, meno dalle parti trasversali di Marchini la cui piazza è più pop che glamour e Venditti la riscalda, ci sono i romani imbottigliati nel traffico da sciopero dei mezzi pubblici e che si leccano le ferite per la crisi economica e non riescono a immaginare un medico che, anzitutto a livello cittadino, le possa suturare. Roma che volge le spalle alle piazze politiche lo fa perchè i candidati non trasmettono vision.

Rutelli nel ’93 fu quello delal rivoluzione della mobilità. Veltroni ebbe l’idea della società solidale, di Roma città mondo. Alemanno ha lanciato il tema forte, e assai sentito, della sicurezza. Adesso, il massimo che dicono i candidati sindaci è l’onestà e la trasparenza. Cioè si fermano ai preliminari («Il Campidoglio dev’essere una casa di vetro», dice Marino) e ai prerequisiti. Tutto giusto. Ma, per chi in piazza non è andato, insufficiente.

IMU ECCETERA
Se Berlusconi parla di Imu ma non parla di Roma, se Grillo Roma non la ama, non la conosce e nel suo discorso neppure l’ha trattata, Marino dice «daje». Ma sotto al palco gli rispondono i riluttanti elettori democrat: «Daje de che?!». Poteva andare meglio questa giornata, ma è andata così. Anzi, non poteva che venire fuori in questa maniera, date le premesse della campagna più scialba mai vista.
I romani però stupiscono sempre. E la regola piazze vuote uguale urne vuote è tutt’altro che automatica.

http://www.ilmessaggero.it

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