La lingua, i segni, le azioni di un Ecomuseo

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Scritto da Roberto Bombarda

Esiste una relazione molto stretta tra i termini Ecomuseo – Paesaggio – Cibo. Il cibo è un prodotto del territorio, la sua produzione è un potente fattore generatore e modificatore del paesaggio.

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La produzione del cibo, ad uso umano ed animale, era basata sui principi della riproducibilità, dell’auto-sostentamento, del limite. Si produceva per uso interno, prevalentemente. E si utilizzava tutto: esempi il maiale, vedi la ciuìga, ma anche la segale, vedi i nostri tetti. Il paesaggio veniva pertanto ad assumere forme e sembianze basate su necessità economiche di sopravvivenza e di tenuta nel tempo (oggi si direbbe di “sostenibilità”) più che su aspetti estetici (venuti dopo).

Se la produzione di cibo non è solo per l’uomo, ma anche per gli animali, se i prodotti dell’allevamento non sono solo per il mercato locale, ma anche esterno o globale, se i prodotti per l’alimentazione umana possono essere agevolmente «importati», allora va in crisi il rapporto tra cibo e paesaggio, nel senso che non vi è più corrispondenza diretta tra i termini. Distese di mais da granella, alimentazione animale che nulla ha a che vedere con la “tradizione”, hanno così sostituito l’equilibrato rapporto tra cereali, foraggio, frutteti, ma anche siepi e filari e piante “inutili” (per l’economia odierna, ma non per l’ecosistema) che per secoli hanno disegnato il paesaggio.

Corrispondenze tra i termini Ecomuseo e Paesaggio
Un ecomuseo è uno specchio in cui questa popolazione si guarda, per riconoscersi, cercando la spiegazione del territorio al quale appartiene, assieme a quelle popolazioni che l’hanno preceduta, nella discontinuità o nella continuità delle generazioni. Uno specchio che questa popolazione offre ai propri ospiti, per farsi meglio comprendere, nel rispetto del suo lavoro, dei suoi comportamenti, della sua intimità. (Hugues De Varine)
a)”Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni; e) “Gestione dei paesaggi” indica le azioni volte, in una prospettiva di sviluppo sostenibile, a garantire il governo del paesaggio al fine di orientare e di armonizzare le sue trasformazioni provocate dai processi di sviluppo sociali, economici ed ambientali; (dall’articolo 1 dellaConv. europea del Paesaggio -Firenze, 20 ottobre 2000)

L’Ecomuseo può essere una fredda raccolta, una rappresentazione folkloristica, la ripetizione di un “come eravamo”. Ma non può limitare così la sua missione. L’Ecomuseo non può esaurirsi in uno strumento per la conservazione della memoria, anche se questa funzione è essenziale alla sua esistenza: la memoria va conservata per rispetto delle future generazioni, oltreché per rispetto verso quelle passate. Ma l’Ecomuseo deve essere una leva per lo sviluppo, per la creazione di nuovo lavoro, per la circolazione di idee e di buone pratiche a partire dalla memoria e dalle risorse del territorio. Se serve, reinterpretandole, mischiando i fattori.
L’Ecomuseo è uno strumento, per dare voce al territorio a partire da quello che il territorio E’, non solo da quello che il territorio HA. Sono altri i soggetti che possono proporre non-luoghi, gli outlet, le Disneyland, i wellness, i MACqualcosa. L’Ecomuseo no: è il territorio con tutto se stesso, con il patrimonio –unico ed irripetibile -di valori, di conoscenze, di cultura materiale associata anche alla memoria delle persone.
All’Ecomuseo compete pertanto una funzione più difficile e per questo più facilmente incompresa: attivare o riattivare processi –anche economici, oltreché culturali -lenti e profondi, di lunga durata, anziché di moda.
Lavorare lenti e sui tempi lunghi è evidentemente qualcosa di apparentemente eversivo in un mondo che fa della corsa, della velocità, del “fare in fretta” il suo credo. Ma è proprio la velocità che ha spazzato via in 50 anni quello che era stato costruito nei precedenti 500. Non tutto il nuovo è male, anzi! Ma in quei 500 anni erano stati fatti talmente tanti esperimenti, così tanti errori, che le innovazioni vincenti –come direbbe l’antropologo Annibale Salsa –hanno avuto tempo e modo di diventare “tradizione”. Ma non vi può essere tradizione in futuro se nell’oggi non si sa innovare!

Non c’è una formula generale per la realizzazione e per la gestione di ecomusei di successo, sicuramente non la conosco io, anche se credo che tutti condividano le formulazioni e le intuizioni di Riviere e di De Varine.
Il fatto che non ci sia un «modello unico» potrebbe essere un limite, ma in realtà credo che sia un punto di forza della “formula-ecomuseo”, una formula vincente poiché declina in termini culturali il concetto di “biodiversità”: quanto più si è diversi, tanto più si è forti.

Non tutti gli Ecomusei sono uguali e questo può essere un bene! La forza non sta nel singolo, ma nella RETE!
Un altro «modo di vivere» dell’Ecomuseo dovrebbe esprimersi attraverso la ricerca di alleanze, l’operare secondo uno spirito cooperativo. Il botanico Franco Pedrotti, scrivendo dei pionieri dell’ambientalismo italiano, parlava del “fervore dei pochi”. Ogni società, in ogni tempo, ha bisogno di questo fervore, di spiriti guida, di chi si assume il ruolo spesso non riconosciuto e per certi versi ingrato di “fare la traccia”, di indicare una nuova via. Remando anche controcorrente, se serve. Le alleanze sono necessarie per essere più forti, più visibili e per riuscire con maggiori possibilità di successo a trasmettere agli altri, il proprio messaggio. Che è un messaggio di speranza, di fiducia nel futuro.

Un altro problema comune, che si può affrontare insieme: come parlare ai giovani. Ovviamente imparando la loro lingua, popolando le “loro” piazze, anche i social-network, le nuove tecnologie che li rendono ad un tempo molto più forti ma anche molto più deboli dei loro predecessori. Ma è difficile! Eppure, dobbiamo far passare il concetto che in montagna, in campagna, nel paese, nel modo di vivere che vogliamo recuperare e reinterpretare c’è qualcosa di cui si può essere fieri e felici. Che il paesaggio è nostro, è dentro di noi. Lo vediamo, lo respiriamo, lo sentiamo a pelle. E’ un patrimonio, un dono dei padri, che non si può svendere.

Ancora problemi: le risorse! Nei tempi di «vacche grasse» gli ecomusei sono stati i camosci, sono cresciuti sul “magro”, hanno imparato a fare le cose con poco… o con niente. Sembrerà paradossale, ma ora, in tempi di «vacche magre», chi era già abituato a comporre il pane sommando le briciole se la può cavare; anzi, se la caverà. Ciò non vuol dire che non servano, o non vadano rivendicate risorse. Ma forse, è più utile chiederle per la “Rete”, che non per se stessi; per formare persone, più che per costruire altri edifici; per investire sulla più rinnovabile delle risorse, cioè l’intelligenza dei giovani.
Se non c’è un modo univoco di essere Ecomuseo, nondimeno ci possono essere elementi condivisi, denominatori, processi o simboli simili, una lingua comune. Le mappe di comunità sono un modo di procedere intelligente, condivisibile, replicabile. Così le banche della memoria.

Emerge in ogni caso la necessità per ciascuna realtà di elaborare segni, di individuare simboli, di costruire totem per essere visibili e riconoscibili. Caso per caso potranno essere rappresentati da edifici (per noi sarà «el mas al pont»), da manifestazioni, da percorsi, da suoni od altre opere. Segni che possano anche stupire e provocare. Occorre essere un po’ “grilli parlanti”, con la consapevolezza del pericolo che corre chi parla fuori dal coro: essere schiacciati da uno zoccolo di legno sulla parete…

Per l’Ecomuseo della Judicaria i temi del Paesaggio e del Cibo sono stati pregnanti in questi primi 15 anni di vita (30 aprile 1999 nasce l’Associazione). Sono stati messi in campo –nel senso letterale di «seminati» -innumerevoli progetti. Sono stati studiati i segni dell’uomo, create dal nulla tante nuove attività, valorizzati i nostri padri: dalle palafitte alle Dolomiti, dal màs ai ponti de l’èra, da don Guetti al Prati, dalla sagra della ciuìga alla Confraternita della noce, dai mercatini di Natale alla patata, dai percorsi sui terrazzamenti agricoli secolari di Tenno al recupero dei maroni di Pranzo, fino alla carta dei prodotti tipici in collaborazione con i produttori locali. Tutto in casa. Tutto gratis (o quasi)…

Occorre essere anime in perenne movimento. Dobbiamo innovare, trasformare l’inquietudine di un’epoca di incertezze in rotte sicure verso porti accoglienti. Ecco dunque per noi, ad esempio, la sfida della Riserva della Biosfera Unesco. Cercare di essere sempre noi stessi, conservatori e rivoluzionari allo stesso tempo; cercare relazioni dalle quali imparare ed attraverso le quali trasmettere i nostri valori; connettere persone, perché sono e saranno sempre le persone a fare la differenza.

Con una certezza: TERRA e TERRITORIO saranno i concetti del futuro. EXPO 2015 “Nutrire il Pianeta” ne sarà una dimostrazione. Gli Ecomusei l’hanno capito da tempo!
Nulla è cambiato. Tranne il corso dei fiumi, la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai. Tra questi paesaggi l’anima vaga, sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana, a se stessa estranea, inafferrabile, ora certa, ora incerta della propria esistenza, mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è e non trova riparo. (Wislawa Szymborska)

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