La messa per chi non sente e non parla. Al Cottolengo il traduttore nella lingua dei segni

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Don Giovanni Ricciardi: «Vorrei farlo diventare un appuntamento fisso»

di Francesca Gori

Don Giovanni Ricciardi
Don Giovanni Ricciardi

GROSSETO. «È straordinario. Fa sentire i sordi e fa parlare i muti». Lo dicevano di Gesù. E lo dicevano in terra pagana. Marco l’evangelista colloca la guarigione del sordomuto durante il viaggio di Gesù fuori dai confini di Israele. A Grosseto il miracolo lo ha fatto don Giovanni Ricciardi. Certo, non ha fatto sentire e parlare i sordomuti. Ma ha fatto sentire loro la parola di Dio, utilizzando un traduttore della lingua dei segni durante la messa.

Un’idea che don Giovanni, il parroco del Cottolengo, ha sviluppato negli anni con un appuntamento fisso. A gennaio, il giorno di San Francesco di Sales. «È il patrono dei sordomuti – dice – e più in generale è il santo della parola. Da qualche anno sono diventato amico delle persone che fanno parte dell’ente sordomuti di Grosseto e insieme abbiamo organizzato questa messa». Un appuntamento annuale che piace a tutti, anche a chi sente bene con le proprie orecchie. Ma don Giovanni, di una messa all’anno, non si accontenta. «Sto cercando di organizzare qualche messa in più – spiega – anche se non è facile. Serve il traduttore, che non è sempre disponibile.

E soprattutto, loro, vogliono giustamente partecipare alla messa quando vogliono». Quando i sordomuti di Grosseto hanno varcato la porta della chiesa del Cottolengo per partecipare alla messa la prima volta, don Giovanni è stato felicissimo. «Questi appuntamenti insegnano tanto a tutta la nostra comunità – dice – abbiamo imparato che per applaudire, loro che non sentono il suono, fanno vibrare le mani in alto». Le prime dieci panche della chiesa, quando chi non sente e non parla partecipa alla messa, sono loro riservate. «La loro presenza costringe tutti a stare più attenti – dice – me compreso. Averli davanti durante la celebrazione mi costringe a parlare più lentamente, a sillabare meglio, per permettere loro di leggere il labiale. È un modo di comunicare completamente diverso».

8 marzo 2013 – http://iltirreno.gelocal.it

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