Sordi o non udenti: la questione è culturale

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Con questa lettera chiudiamo definitivamente la diatriba sollevata dalla presidente dell’Associazione Aguav sul tema della sordità. Un intervento che vuole riflettere sull’evoluzione scientifica e culturale della diversa abilità. Un contributo che, secondo il nostro parere, cerca di fare chiarezza al di là dell’emotività, legittima e comprensibile, di chi vive in prima persona la questione.
Ogni altro contributo verrà inoltrato direttamente all’Aguav

orecchio-bionico

Caro direttore, ho letto con un certo disagio le lettere sul problema dei sordi, delle pratiche da adottare per rendere la loro vita migliore.

Verrebbe spontaneo evocare il detto comune che si usa quando un discorso si è talmente concentrati sul proprio punto di vista da non riuscire “a sentire”, cioè ad ascoltare e comprendere l’altro.
Ho letto che c’è chi vorrebbe “aggiustare i sordi” come delle macchine rotte, senza rispettare la loro personalità. Un’accusa che trovo superata se rivolta a chi di questi problemi si occupa sul serio.
Infatti la presidente Tiziana Basso Roi è stata chiara: “Ci sono purtroppo alcuni casi in cui per gravi patologie associate non è possibile nessuna cura. SOLO IN QUESTI CASI  noi riteniamo non solo doveroso, ma D’OBBLIGO supportare il bambino con la lingua dei segni, unica sua possibilità per comunicare con il mondo. In ogni caso, fermo restando che noi riteniamo che sentire sia una gioia talmente grande da non poter essere preclusa ad ogni bambino, curarsi resta sempre una scelta individuale.”
 
Riporto queste parole molto chiare per dire che non vedo ragione di polemica con chi rappresenta l’Associazione e opera, credo con competenza maggiore di noi, per aiutare le persone che hanno bisogno di cure o di sostegno.
Forse l’equivoco, come sempre, nasce dal linguaggio. 
L’introduzione -ormai non più recente- di espressioni come “diversamente abili” invece di “handicappato” o “minorato”  e di “non udente/non vedente” al posto di “cieco e sordo” che aveva lo scopo di cancellare ogni connotazione negativa in termini personali contenuta nel concetto di ‘mancanza’ ha invece ingenerato nuove incomprensioni e ipocrisie.
Forse vale la pena ricordare che queste nuove espressioni non sono nate dal nulla, ma sono figlie della profonda trasformazione, una vera e propria rivoluzione culturale e scientifica, che ha interessato la definizione e le politiche di intervento nei confronti della disabilità e dell’handicap.
Vale la pena di ricordare il percorso di questo cambiamento, a partire dai fattori limitativi del precedente approccio al problema, che si era sedimentato anche nel nostro ‘vecchio’ linguaggio.

Così possiamo leggere su wikipedia (alla voce ‘disabilità’) che la vecchia definizione di handicap “aveva negli anni ha mostrato una serie di limitazioni.

  • Non considerava che la disabilità è un concetto dinamico, in quanto può anche essere solo temporanea.
  • Era difficile stabilire un livello oltre il quale una persona può considerarsi disabile (tenuto conto che una persona può anche essere menomata senza essere disabile).
  • lo schema “disabilità/handicap” considerava solo i fattori patologici, mentre un ruolo determinante nella limitazione o facilitazione dell’autonomia del soggetto è giocato da quelli ambientali.”
 
Così si è giunti alla nuova classificazione, declinata non più in negativo ma in positivo, come Classificazione dello stato di salute, ( ICF: International Classification of Functioning) che definisce lo stato di salute delle persone piuttosto che le limitazioni, dichiarando che l’individuo “sano” si identifica come “individuo in stato di benessere psicofisico” ribaltando, di fatto la concezione di stato di salute e considerando i fattori sociali non meno rilevanti di quelli organici (e viceversa) ai fine di determinare la condizione di salute di ogni persona.
In pratica si abbandona la ricerca di una inesistente ‘normalità’, ma si afferma la possibilità di una condizione di benessere psichico e fisico alla quale TUTTI hanno diritto.
 
Tenuto conto di ciò forse,  con un po’ di buona volontà e capacità di ascolto,  si possono superare le incomprensioni che emergono nel dibattito su Varesenews.
saluti cordiali

RC

3/07/2014
RC
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