L’associazione Fiadda: “Alcune precisazioni sulla brochure ‘sordo o Sordo?’”

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Nei giorni scorsi sono circolate brochure promozionali dal titolo “sordo o Sordo?” a firma di Lorena Coloni, Presidente dell’Associazione Fiadda Toscana, che pubblicizzano la presentazione di un libro.

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Poiché l’Ente Nazionale Sordi viene citato esplicitamente in tali materiali è doveroso rettificare alcune imprecisioni, nella forma e nei contenuti.

Per quanto attiene alla prima, nel testo si cita una risoluzione adottata dalla World Federation of the Deaf nell’ambito del “Congresso Mondiale dei Sordi del 1999, organizzato dall’Unione Europea dei Sordi (EUD) e dall’ Ente Nazionale sordi (ENS)”. Si precisa a tal proposito che i Congressi WFD vengono organizzati dai paesi dei Membri Ordinari che li ospitano di volta in volta, i quali “assumono la piena responsabilità dell’organizzazione del Congresso” (http://wfdeaf.org/whoarewe/world-congress).

Per quanto attiene al Congresso del 1999 pertanto lo stesso è stato organizzato dall’Australia, come si legge altrettanto chiaramente nel loro sito: http://www.deafau.org.au/info/wfd1999.php#.  Una semplice ricerca internet avrebbe già evitato di diffondere notizie se non gravi, quantomeno imprecise. Una seconda imprecisione la rileviamo nella distinzione dogmatica tra “sordi e Sordi” che a nostro avviso contribuisce a creare confusione.

Immaginiamo ci si riferisca a quanto scritto da due ricercatori americani, Carol Erting e James Woodward in un volume di sociolinguistica nel lontano 1979, quando si riferirono all’utilizzo, nel libro, dei termini “Sordo and Udente quando si discute principalmente di comunità sociolinguistiche e sordo e udente con riferimento alla capacità fisica di udire”. Cristallizzare tale distinzione terminologica per indicare l’esistenza di “due posizioni culturalmente contrapposte e inconciliabili” di cui “una ritiene che Sordo sia un nome proprio di una minoranza linguistica, l’altra ritiene che sordo sia un aggettivo e che questo debba diventare sempre meno qualificativo” ci sembra francamente errato, fuorviante e obsoleto sintomo di una visione dualista che continua a distinguere persone con disabilità in due categorie: gli oralisti e i segnanti, i buoni e i cattivi, i moderni e i primitivi, i sordi e i sordomuti.

Si reitera ancora una volta il concetto distorto che alcune persone abbiano possibilità e diritto all’inclusione sociale perché “possono apprendere naturalmente la lingua orale”, mentre gli altri siano il pallido riflesso di un passato primitivo e superato, dove la lingua dei segni è vista come l’ultima spiaggia di anziani sordomuti che non potranno mai uscire dal ghetto linguistico. Siamo nel 2014, abbiamo un fondamentale trattato internazionale che è la Convenzione Onu sui Diritti delle Persone con Disabilità, adottata dall’Italia con una Legge dello Stato, che sostiene in tutto il testo il principio della libera scelta, dell’autonomia, della garanzia di una piena partecipazione e accessibilità. Convenzione che ad esempio con riferimento alla scuola afferma che gli Stati devono “garantire che le persone cieche, sorde o sordocieche, ed in particolare i minori, ricevano un’istruzione impartita nei linguaggi, nelle modalità e con i mezzi di comunicazione più adeguati per ciascuno ed in ambienti che ottimizzino il progresso scolastico e la socializzazione”. Da quanto si legge in quella brochure, breve ma così densa di allusioni, vi sarebbe una parte di persone sorde che possono/vogliono “guarire” dalla sordità e “apprendere naturalmente la lingua orale”; di più, possono raggiungere “un’adeguata competenza cognitiva e linguistica”.

Una seconda componente invece rifiuterebbe di apprendere la lingua parlata? Non può raggiunge un’adeguata competenza cognitiva solo perché, magari, non trae beneficio dall’utilizzo delle protesi? Ha diritto all’inclusione sociale solo chi aderisce a un determinato modello e non invece chi viene aiutato nel raggiungimento della propria autonomia con tutti gli strumenti possibili? È il diritto di scelta di persone e famiglie che deve essere al centro, non anacronistiche divisioni in inesistenti fazioni: la realtà è ben più complessa e fluida di una mera distinzione tra oralisti e segnanti. Impianto cocleare, protesi, lingua dei segni, sono facce di uno stesso prisma sociale e non sono antitetici tra di loro. Lo dimostrano le ricerche più recenti ma soprattutto l’esperienza di persone sorde con impianto o protesi, che parlano, scrivono, leggono e segnano.

Lo dimostrano i fatti storici, come il recentissimo riconoscimento legislativo da parte della Danimarca della Lingua dei Segni Danese, un Paese che ha sempre valorizzato programmi educativi finalizzati all’insegnamento della lingua parlata e scritta alle persone sorde. Lo dimostrano i fatti del nostro Ente, composto da persone sorde che in prima persona da quasi cento anni lottano per la propria autonomia e reale integrazione, che con una proposta di legge avanzata dall’ENS e attualmente depositata in Parlamento, mira a sancire una volta per tutte tale principio anche in Italia, come riporta il preambolo: “le persone sorde, o loro familiari nel caso di minori, hanno il diritto di scegliere la modalità di comunicazione e di accesso alle informazioni che prediligono, nel pieno rispetto della loro autonomia e identità. Pertanto vanno sostenuti, tutelati e diffusi tutti gli strumenti per la comunicazione, gli ausili e le metodologie che garantiscono azioni di prevenzione e cura, integrazione e autonomia, nel rispetto delle scelte di persone e famiglie”. Concludiamo riportando il passaggio della Convenzione Onu citato nella brochure di cui sopra, auspicando che possa divenire punto di incontro per il bene, in primis, delle persone sorde: “La discriminazione contro qualsiasi persona sulla base della disabilità costituisce una violazione della dignità e del valore connaturati alla persona umana”.

Fonte: L’Associazione Adda


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