Bovegno, l’ultimo testimone della strage

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IL 25 APRILE. I soldati repubblichini avevano organizzato una spedizione punitiva contro i partigiani ormai padroni del territorio dell’alta Valtrompia. Libero Giacomelli ricostruisce l’arrivo in paese la sera di Ferragosto ’44 dei militi della banda Sorlini: la furia omicida si scagliò su quindici civili

Libero Giacomelli ricorda ancora con lucidità quei giorni
Libero Giacomelli ricorda ancora con lucidità quei giorni

Bovegno. La festa del 25 aprile riavvolge la memoria di Bovegno all’estate di pochi mesi prima, il 15 agosto 1944 quando la comunità fu scossa dalla strage fascista di 15 civili. Libero Giacomelli, 90 anni il prossimo mese è l’unico testimone ancora in vita di quella tragedia: studente a Brescia all’ultimo anno di geometra, era riuscito a evitare la leva per uno stratagemma del padre Silvio , il calzolaio prima socialista e poi dal ’21 iscritto al Partito comunista con la moglie Maria maestra di generazioni, fondatore e gestore della locale Cooperativa in Piazza Castello: consegnano ad una amica di Trieste cartoline firmate da Libero.  QUANDO ARRIVANO dimostrano che è là, sfollato. Poi il padre lo mette tra i fondatori del Cln (verbale 11.9.43), riesce ad ottenere da una impiegata in Prefettura in vacanze a Bovegno un falso inquadramento nella Todt, l’organizzazione di lavoro dei tedeschi, poi un falso licenziamento da questa per essere assunto alla miniera Tassara dal direttore Mario Bernardi ed avere l’«esonero» definitivo che gli consentirà di tenere i collegamenti tra le formazioni partigiane dell’alta Valle.

È fermo Giacomelli nel ribadire anche precisi particolari sui moventi della strage. Inquadra l’evento in quel momento storico benissimo descritto in una lettera censurata dall’ufficio postale del Sid inviata da Collio a Genova citata da Carlo Bianchi nel suo «La Contrada del Ribelle»: «Qui la vita è buona e regolare, non ci sono più carabinieri nè repubblichini…il burro che era a 320 ( lire) è sceso a 250. Da Bovegno a Gardone i ribelli hanno occupato le caserme… non ci sono disordini di sorta…». Uno schiaffo per le Gnr di Salò, per le brigate nere Valle Trompia Tognù con caserma a Villa Carcina, per Ferruccio Sorlini bresciano classe 1903 curriculum nero eccezionale: esonerato dall’incarico di commissario federale del nuovo Partito fascista repubblichino è a disposizione della Questura per snidare i ribelli, maggiore delle Brigate Nere, vice comandante della Tognù; capo della banda che da lui prende il nome, collaboratore di Priebke, firmatario in compagnia di esponenti del calibro di Benito Mussolini e Giorgio Almirante del manifesto (pubblicato il 14 luglio del 38 sul Giornale d’Italia) «Il problema del fascismo e della razza» redatto da 10 scienziati italiani sulla «pura razza italiana»; ha partecipato col fratello Mario alla marcia su Roma del 28 ottobre del 1922.  Bisogna dare una lezione, dimostrare ai tedeschi la lealtà e lui ne è solerte promotore e poi esecutore. Il fatto dirompente (ed anche qui Giacomelli è certo degli avvenimenti) è l’imprudenza di partigiani del Gruppo Arturo Vivenzi (poi condannati a morte dal Cln per i loro comportamenti autonomi e connivenze) presenti in paese armati, nonostante l’accordo raggiunto il giorno prima col parroco Bertoli tra le diverse formazioni di non esserci il giorno dell’Assunta poichè si è saputo della spedizione punitiva prevista. Lo stesso Libero e la famiglia col padre si sono allontanati dal paese nascondendosi alla cascina Falappano.  LA TRAGEDIA esplode alle 21 del Ferragosto, quando due automobili arrivano all’ingresso del paese, nella frazione Piano. Gli occupanti cercano l’albergo Brentana. Vengono riconosciuti Ferruccio Sorlini, Gianni Cavagnis (poi comandante della Tognù Valtrompia) come testimonierà Eufemia Tabladini al quale ammazzeranno il marito Isacco Tanghetti.

Uno del gruppo Arturo si avvicina e spara un colpo di pistola contro l’autista, un sergente tedesco che rimane ferito e poi ricoverato a Gardone muore nella notte, mentre un altro lancia una bomba a mano. Dalla seconda auto parte un razzo bianco: è il segnale per la colonna delle autoblindo che seguono, il via alla «lezione».  INIZIA la caccia all’uomo. Vengono incendiate le case di Piano, i quattro accorsi per spegnere il fuoco vengono assassinati. Una furia cieca che causa anche la morte di due iscritti al Partito nazionale fascista. La notte i fascisti si ritirano lasciando per terra tredici morti All’alba del 16 monsignor Bertoli, col vescovo Giacinto Tredici, raggiuge il comando tedesco in città: viene loro promesso che non ci sarebbero state altre rappresaglie. Invece, nel pomeriggio Ferruccio Sorlini con la sua banda torna .

La ferocia è terribile, la sete di vendetta incontenibile. I fascisti vogliono allineare 15 cadaveri come rappresaglia per la morte del militare tedesco, catturare Silvio Giacomelli, distruggere la sua casa e la Cooperativa al piano terra: gli danno fuoco, uccidono un sordomuto (Giovanni Gatta) che non si ferma all’alt, tirano fuori i quattro assassinati portati la sera prima al cimitero e li trascinano per le vie del paese fino a Piazza Cimavilla dove allineano 14 cadaveri.  Manca il quindicesimo: fanno sdraiare insieme un passante, un Muffolini di Marcheno per la foto a documentazione da portare al comando tedesco. Il maggior ricercato Silvio Giacomelli si salva in montagna. Non potrà più scendere al paese: ammalato morirà di stenti e fatica l’11 gennaio.

SULLA STRAGE fascista, Sorlini nel suo resoconto per la Gnr (l’originale è conservato alla Fondazione Micheletti) si vanta di avere ucciso con la Brigata nera Tognù 17 banditi e aver dato alle fiamme cinque case. Il 28 luglio 1945 si celebra il processo in corte d’assise staordinaria contro lo squadrista Ferruccio Sorlini arrestato per i suoi crimini.  Durante l’udienza, Sorlini risponde con strafottenza alle domande rivoltegli dal presidente.

Il carabiniere della scorta Giuseppe Barattieri, ex partigiano con un fratello caduto, esasperato gli scarica addosso il caricatore del mitra. Il fascicolo rimane confinato nel famoso armadio della vergogna che contiene migliaia di fascicoli relativi a processi per le violenze commesso contro civili e partigiani. Sorlini è imputato con 5 ignoti militari di violenza e omicidio, il procedimento verrà archiviato dal gip di Verona nel 2000.

 

Edmondo Bertussi

http://www.bresciaoggi.it/

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