La seconda vita dell’Sos: dai messaggi col 112 alle colonnine antistupro

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Milano, Duomo

di Giulia Bonezzi

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Il messaggino arriva al 112 di Varese alle 16.44 del 18 giugno dalla periferia Nord-Est di Milano: dopo le informazioni (nome, cognome, indirizzo, perfino il piano, il secondo) la richiesta d’aiuto, «Mia mamma sta male».

L’operatore risponde subito, chiede di specificare il comune che era stato dimenticato, spiega d’aver girato la richiesta al 118 di Milano. Una chat efficace, con i vecchi sms. Tra le cinquemila chiamate che riceve ogni giorno la centrale di Varese, che fu la prima in Italia del numero unico dell’emergenza, si contano sulle dita i messaggini. Un servizio pensato nel 2010 con l’Ente nazionale sordi, e già obsoleto, spiega Guido Garzena, responsabile del Nue varesino, ora che «anche le settantacinquenni hanno lo smartphone» e l’Areu punta su Where Are U, la app gratuita che geolocalizza la chiamata e che, da un mese, ha introdotto quella «silenziosa»

Ideata per le donne vittime di violenza, in cima a tutte le statistiche domestica, ma saranno gli utenti, alla fine, a stabilirne l’uso, com’è sempre avvenuto, anche per gli sms al 112. Il numero di cellulare è circolato anche fuori dalle associazioni dei sordi, e alla centrale di Varese (che continua a gestire il servizio) arrivano richieste da persone perfettamente udenti. E da tutta Italia, complice il fatto che lo stesso sistema era stato usato dalle forze dell’ordine in alcune province. Alle 4.55 di martedì, un sms segnalava rumori sospetti in un garage alla periferia Nord di Roma; il 24 maggio, un furgone sospetto a Marano di Napoli. «Giriamo sempre la segnalazione, alla Questura in questi casi – spiega Garzena –. Anche se gli sms sono pochi, l’importante è che non cadano nel vuoto». Filosofia da 118, ma l’ha applicata anche il Comune di Milano per le colonnine un tempo note come «antistupro».

Qualcuna c’era già, ma salirono alle cronache nell’agosto 2006, dopo una serie di violenze sessuali allarmanti a Milano: Letizia Moratti, sindaco neoeletto allora, voleva «pulsanti collegati con le forze dell’ordine» da schiacciare per strada in caso di pericolo. Ma già un anno dopo ai vigili arrivavano soprattutto richieste d’informazioni su dove trovare taxi e mezzi. Di anni, da quell’agosto, ne sono passati nove, che per la tecnologia valgono un secolo, e sono passate anche sperimentazioni di costosi dispositivi «antistupro», dalle «pink box» cui le milanesi han fatto da cavia (Gps rosa da nascondere in macchina, collegati a soccorso stradale e forze dell’ordine, attivabili con telecomando) ai bracciali da mille euro tipo detenuto ai domiciliari. Ma le colonnine sono sopravvissute, anche se nessuno più le chiama «antistupro»: oggi sono 174, sparse tra la Stazione Centrale, i parchi Sempione, Alessandrini, Trotter, delle Cave e delle Basiliche, i tunnel Patroclo e del Nord, via Ferrante Aporti, piazzale Accursio, piazza Maggi e largo Marinai d’Italia (dove avvenne lo stupro più spaventoso nel 2006). Qualche anno fa il Comune le ha riconvertite in «Sos», rendendole visibili e soprattutto collegandole alla centrale operativa della Polizia locale, attiva 24 ore su 24; se non sono appena passati i vandali, il pusante attiva una telecamera che rimanda l’immagine sugli schermi di piazza Beccaria. Dal primo gennaio a ieri, è successo 2.222 volte quest’anno. La maggior parte erano scherzi, o gente rimasta chiusa nei parchi di notte. Nessuna per aggressione

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