E anche Gorizia poté demolire l’odiosa barriera

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Ultimo simbolo della Guerra fredda, il reticolato degli anni di Tito fu rimosso il 12 febbraio del 2004

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di LUCIANO SANTIN 

La caduta del Muro di Berlino si ripercosse anche sul Nord Est d’Italia, dove tredici anni prima che in Germania era stata eretta una barriera capace di lacerare il territorio e le coscienze di una comunità unita e integrata. Il cosiddetto “Muro di Gorizia”, realizzato in fretta e arcignamente chiuso da un giorno all’altro.

Il blocco, effettuato nella notte tra il 15 e il 16 settembre del 1947, prende molti di sorpresa. La città martire della Prima guerra mondiale deve subire un nuovo sfregio: la stazione della Transalpina viene separata dall’abitato con reticolati che ricordano sinistramente i lager, il cimitero di Merna è diviso in due. Se ne consente l’accesso per quattro ore al mese, ma se le tombe di famiglia sono divise dalla frontiera (succede anche questo), i figli non possono portare un fiore al genitore sepolto in un paese che è ancora, de facto, nemico.

Su una terra «nata perché non avesse confini» (secondo la felice definizione di Celso Macor), grava il comunismo di guerra di Tito, la cui temperie plumbea e feroce è restituita da “Moja meja” (Il mio confine), uno struggente documentario realizzato tempo addietro da Nadja Velušcek.

«Solo in seguito ci siamo accorti quanto la situazione fosse terribile», racconta chi ha vissuto quei giorni. «Sul confine dominava la paura. Scappavano a decine, anche cento in una notte. Si sentiva sparare, e all’indomani i militari provvedevano a portar via qualche corpo».

Racconta, la regista, di suo padre rimasto nella Federativa, che si avvicina con circospezione allo sbarramento, per salutare da lontano il resto della famiglia, abbassando la mano a rassettarsi i capelli quando la sentinella lo osserva. Racconta del mendicante che non sente lo “Stoj!” perché sordomuto, e viene freddato; della sedicenne, sgattaiolata per i campi a comprarsi un paio di calze di nylon, falciata da una raffica mentre rientra clandestinamente.

Lampi sanguigni di una guerra che da queste parti ha poco di freddo, e che causerà vittime da una parte come dall’altra (perché anche Peteano e Ronchi ne sono gli oscuri strascichi).

A fine anni ’40, di Nova Gorica è appena iniziata la costruzione, e non ci sono rivendite, servizi, presidi sanitari. Il “Muro di Gorizia” ha isolato l’hinterland da sempre gravitante su Gorizia, devastando un tessuto etnicamente composito, ma, malgrado le due guerre e il fascismo, ancora saldamente tramato di amori, piccoli commerci, consuetudini.

Sono queste forze positive a riaprire un varco, il 13 aprile 1950, giorno della famosa “marcia delle scope”, quando il varco della “Casa Rossa” viene sfondato da una marea umana.

Dopo una domenica di transito incontrollato perché incontrollabile, migliaia di sloveni fanno ritorno a casa inalberando come vessilli le ramazze comperate in città.

È la vita che si riappropria dei suoi luoghi e dei suoi modi, spingendo anche la politica di frontiera: arrivano i primi lasciapassare agricoli, poi, con gli accordi di Udine, la “propusnica” e gli acquisti incrociati: generi alimentari genuini per gli abitanti dell’Isontino italiano, bambole, oro e caffè per quelli della Slovenia.

Si comincia a dire, con un ottimismo che a molti appare esagerato, del «confine piú aperto d’Europa».

Invece, in nuce la continuità durata secoli all’ombre dell’aquila bicipite, e poi continuata sotto l’Italia, inizia a ricostituirsi su un piano di parità e rispetto. Non è un caso che nel 2004 l’atteso ingresso della Slovenia nell’Ue venga simbolicamente celebrato proprio tra Gorizia e Nova Gorica, davanti alla Transalpina, festeggiando l’abbattimento definitivo del “Muro”, era il 12 febbraio 2004. Oggi si passa dalla città vecchia alla nuova in auto, in bicicletta, anche a piedi, e quanti non hanno sperimentato lo sfregio di oltre cinquant’anni, con le sbarre, le garitte, e gli uomini in uniforme, fanno probabilmente – e fortunatamente – parecchia fatica a immaginarselo

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