«Io, da anni invalido al 100% e rimasto senza pensione»

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di Mara Rodella

Non si vedevano da qualche giorno. Padre e figlio si abbracciano già sull’ingresso. Poi una sistemata alla bombola dell’ossigeno accanto al letto, quel ferretto porta borraccia non vuole saperne di restare attaccato. Con il suo ragazzo è stato chiaro: «Non voglio tu perda i tuoi anni migliori a prenderti cura di me. Devi vivere la tua vita». Emanuel, 28 anni, ghanese, un diploma alberghiero in tasca e un talento spiccato per l’informatica, abita a Rovato, con la compagna e il figlioletto Angelo («di nome e di fatto»).

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Suo padre, Daniel Spedicato, 54 anni, si è trasferito a San Polino «per stare più vicino agli ospedali»: soffre di ischemia ed enfisema, «che mi costringono a dipendere dall’ossigenoterapia». Mostra cartelle cliniche e referti di visite specialistiche. Emauel annuisce, quei documenti li conosce a memoria: con quello che sarebbe diventato suo padre, ha condiviso una cella a Canton Mombello, quattro anni fa. Daniele in carcere per ricettazione, Emanuel per furto. Un legame tale da portare all’adozione – il primo caso in Italia – formalizzata nel giugno dell’anno scorso: «tutti mi dicevano che non ce l’avrei mai fatta, ma ho lottato con il cuore e ci sono riuscito!», ricorda Daniele. Che vorrebbe aiutare il figlio. Anche economicamente.

«Ma di nuovo mi hanno tolto pensione e accompagnamento». Una premessa: c’è un decreto ministeriale, anno 2007, che definisce le dodici patologie esenti da continue visite di accertamento. Alla numero due c’è scritto: «insufficienza respiratoria in trattamento con ossigenoterapia». Eppure, «la prima volta nel 2011, da detenuto, la pensione mi è stata sospesa a causa di certificati fasulli», denuncia. Dopo una perizia medico-legale e le procedure di rito, «il contributo è stato ripristinato». Fino a quando, il 26 settembre scorso, arriva un’altra lettera dall’ente di previdenza che chiede una visita fisiatrica. «E di nuovo , senza preavviso, mi hanno tolto pensione e accompagnamento»: 793 euro. «Adesso cosa faccio?». Daniele a questo controllo, suo malgrado, si è sottoposto la scorsa settimana, all’ospedale di Chiari. Responso: «paziente con esiti ictus cerebri riferito. BPCO in ossigenoterapia». «Vede? Non sono guarito, ovvio!». Ma il sarcasmo lascia il posto all’amarezza. «Queste cose non dovrebbero succedere».

«Mio padre è un invalido dichiarato, perché fargli rifare la visita? Vorrei solo che anche le istituzioni rispettassero la legge» si sfoga Emanuel. Che confessa: «Il mio sogno sarebbe diventare avvocato, per fare in modo che simili situazioni non capitino ad altri». Nemmeno la sua infanzia è stata facile. Venduto a cinque anni dalla famiglia («ma l’ho saputo molto dopo»), si è trasferito in Franciacorta. Lo obbligavano a rubare, prima di sparire e lasciarlo solo. E lui ha conosciuto Daniele. «Quando è rimasto senza pensione i detenuti gli hanno voltato le spalle. Aveva bisogno di aiuto per vestirsi, lavarsi, andare in bagno: come potevo lasciarlo solo?». In cambio «un pacchetto di sigarette. Per me assisterlo era naturale. Adozione? Credevo fosse impazzito! E poi sa, in cella si dicono tante cose… Invece ha mantenuto la parola. Facendomi il ragazzo più fortunato del mondo. Non lo lascerò mai solo».
mrodella@corriere.it

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