Il capo delle volanti promosso all’anticrimine di Novara. “Ma resto un sbirro di strada

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Carmine Antonio Ingrosso, 50enne, di Brindisi, lascia la questura di Lecce dopo ben dodici anni. E’ stato commissario a Otranto, funzionario della squadra mobile, dirigente della sezione volanti. In carriera anche grandi operazioni, ma nel cuore porta i volti dei disperati senza lavoro e i casi umani

Di Emilio Faivre

Nasco, cresco e resterò sbirro di strada”.

DSC04371-2Dottò, guarda che lo scrivo.

“Emì, scrivilo. Te lo sto dicendo io che sono uno sbirro. E’ un onore”.

 

Facciamo pulizia per una volta dai luoghi comuni. C’è chi è convinto che rapporti fra poliziotto e cronista (o se meglio credete, sbirro e scribacchino) siano sempre rose e fiori. Provate a stare dietro a quella rapina di cui non si capisce bene la dinamica, a sapere se davvero è stato esploso un colpo di pistola durante quell’inseguimento, a comprendere se dietro a quel paio di tintinnanti manette c’è stata una soffiata o se gli investigatori hanno avuto soltanto fortuna. Ve lo dico: facile non è. E il terrore del cronista, quello che non fa dormire la notte, è sempre lui, il maledetto “buco”. In gergo, la notizia che il concorrente ha in bella mostra, sulla sua pagina, cartacea o telematica che sia, e che a te manca.

Ma c’è di più. La notizia è materia così fluida, impalpabile, che spesso il dettaglio di condimento ne cambia il senso, fuori dallo schema della velina elargita alla famelica stampa. E soprattutto quando la velina non c’è.

C’è chi comprende la reciprocità della collaborazione, perché la pubblicità a un corpo di polizia per qualche arresto di poco conto deve avere come contraltare anche il particolare, quel giorno in cui il ladro la fa franca. E c’è chi, invece, se proprio non si nega perché lo impongono ruolo e educazione, cincischia o semi-nasconde, salvo poi sbuffare se la sua operazione finisce in fondo alla pagina invece che in alto. Piccole vendette da cronista infame? Sì e no. L’informazione al cittadino è tra le colonne portanti della democrazia, negarsi al giornalista non è uno sgarbo alla testata, che di per sé magari conta meno di niente, ma a tutti i suoi lettori, che contano tutto, perché sono la società civile.

 

Carmine Antonio Ingrosso, 50 anni, qualcosa di più di un semplice “sbirro” (fino ad oggi il dirigente delle volanti, il capo degli “sbirri di strada”, i ragazzi che rischiano la vita ogni santo giorno) non s’è mai negato. In silenzio solo davanti al segreto istruttorio, come impongono necessità, leggi e deontologia, ma, laddove possibile, la sua disponibilità al dialogo quasi imbarazzante. E il passo dal rispetto all’amicizia è stato piuttosto breve.

Brindisino (“brindisino doc, Emì”), sposato, una figlia di 10 anni vicecampionessa regionale di nuoto sui 50 rana, amante del basket (“che soddisfazioni, quest’anno, con l’Enel Basket Brindisi”) e dello sport in genere (corridore: si allena ogni giorno e partecipa quando può alle maratone), si allontana dal Salento dopo ben dodici anni di servizio.

 

E’ stato dirigente del commissariato di polizia di Otranto, funzionario della squadra mobile leccese e, infine, a capo dell’ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico (le volanti, appunto, per chi non ama il “burocratese”). Prima di allora, aveva comandato la squadra mobile di Firenze.

Sbirro di strada, si diceva. “Porto dentro di me, di Lecce, i volti di tutte quelle persone in difficoltà economica, conosciute durante le sempre più frequenti manifestazioni. I cassintegrati di Adelchi e Filanto, gli ex Lsu, i dipendenti di Omfesa. La cosa più bella è che a fronte di problematiche molto serie, non hanno mai provocato incidenti o dato vita a situazioni spiacevoli. S’è instaurato un rapporto di fiducia reciproca. Ogni volta che mi hanno visto arrivare per coordinare gli agenti in servizio d’ordine pubblico, mi hanno percepito come un lavoratore in mezzo ai lavoratori. E questo è un motivo di soddisfazione, ma anche di rimpianto, ora che mi appresto a partire”.

 

E poi ci sono le operazioni sul campo. In dodici anni ne ha condotte tante. Menzionarle tutte sarebbe un’impresa. Gli sono rimaste impresse soprattutto quelle vicende che toccano le corde del cuore. Gli occhi spenti e lo spirito svuotato delle vittime di usura, in un caso poi risolto con un arresto eseguito con il pm Antonio De Donno. Le manette ai polsi di un albanese che violentava le figlie da quando avevano soltanto otto anni, poi condannato a 15 anni di carcere. Ancora, l’inchiesta su alcuni aguzzini per sfruttamento della prostituzione, quando dirigeva il commissariato di Otranto, avviata dopo le confidenze di una ragazzina rumena di 15 anni, che riuscì a sottrarsi al giogo della schiavitù e della paura e ad aprirsi. Il destino con lei è stato crudele due volte. Sarebbe morta qualche tempo dopo, godendo poco della libertà ritrovata.

E c’è l’amara vicenda di Antonietta, una sorta di fantasma per il mondo, da sfruttare per la sua pensione. E’ l’anziana sordomuta scomparsa di recente, a 84 anni. Segregata in un appartamento, costretta a vivere chiusa a chiave in uno squallido bagno, senz’acqua corrente, fra sporcizia e avanzi di cibo. E’ stata liberata dai suoi uomini dopo una telefonata anonima.

 

Un’indagine ancora in pieno svolgimento, perché non si è entrati nella fase processuale. Una storia che ha talmente colpito Ingrosso, da presentarsi al suo funerale, il 14 marzo scorso, presso la chiesa madre di San Donato di Lecce. Erano solo in quattro: lui, l’avvocato che l’ha tutelata e due ospiti della casa di riposo dove s’è spenta.

“Sì, va bene, la grande indagine, la bella operazione, sono cose che danno lustro. Ma le vere soddisfazioni sono stati gli arresti per scippi, rapine, furti in appartamento e d’auto”. Ed ecco che riemerge lo sbirro di strada, con tutto il suo carico di avversione per la microcriminalità, quella che colpisce il passante, il vicino di casa, il vecchietto, la casalinga, il lavoratore. Il cittadino comune, insomma. Di balordi son piene le strade, e forse non c’è davvero soddisfazione più grande del sorriso di una vittima alla quale ritorna l’automobile su cui pendono ancora le rate, o delle lacrime della vedova che si vede restituito il gioiello che le fu regalato dal marito in gioventù.

 

Chiamatela sviolinata, se volete, ma chi se ne frega. Da cronista non ne trarrò vantaggio, perché il dottò se ne va. Se scrivo queste righe è giusto per salutare un amico, ora che ha un compito nuovo, per un salto di grado: reggente della divisione anticrimine di Novara. Lo sta promuovendo direttamente il ministero dell’Interno. Lui non ha mai chiesto un trasferimento. “Chissà, forse qualcuno mi stima e nutre aspettative”.

Se scrivo queste righe, però, è soprattutto per ringraziarlo: uomini dotati della sua trasparenza sono i veri garanti della sovranità popolare.

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