Change.org, due milioni di utenti in Italia per l’attivismo online

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La piattaforma che permette agli utenti di aderire via internet a campagne di sensibilizzazione verso istituzioni e governi ha festeggiato questo traguardo dopo soli diciotto mesi di presenza nel nostro Paese. Il direttore delle campagne racconta come è stato raggiunto questo risultato

di Michele Sasso

changeOggi Change.org raggiunge due milioni di utenti in Italia. Un traguardo importante per la più grande piattaforma di attivismo online sbarcata nel nostro Paese da soli 18 mesi. La “conquista” di 18 avamposti nel mondo (partendo da San Francisco nel 2007) e la spinta alla partecipazione i segreti di un fenomeno di pressione diventato realmente globale.

«È solo l’inizio – racconta Salvatore Barbera, direttore delle campagne  – oggi raggiungiamo già il cinque per cento delle persone che hanno una connessione online da Bolzano a Siracusa. Sta funzionando molto bene, c’è una progressione esponenziale e veloce: oggi più di 1 milione e mezzo di persone hanno un account e ogni settimana decidono se firmare o no».

Cosa significa per voi? 
«È un risultato molto importante che testimonia come questa piattaforma stia giocando un ruolo sempre più importante nei processi partecipativi e di mobilitazione sociale. Incoraggiamo le persone, dovunque si trovino, a realizzare il cambiamento che loro vogliono vedere. E non è una cosa da poco».

Da dove siete partiti? 
«Io venivo da 17 anni di ambientalismo con Greenpeace e quando ho deciso di buttarmi in Change.org è stato un salto nel vuoto perché da noi è difficile fare campagne sociali, nonostante 6 milioni di volontari. Abbiamo molto meno tradizione a mettersi in gioco in prima persona rispetto ai paesi anglosassoni».

Chi sono i vostri sostenitori? 
«Le grosse organizzazioni come Unicef, Greenpeace, Medici senza frontiere, Amnesty international che promuovono le loro campagne e attirano i volontari. Grazie a loro non abbiamo banner pubblicitari e abbiamo creato un circolo virtuoso tra chi vuole fare volontariato o attivismo e si ritrova nelle battaglie che insieme portiamo avanti».

I risultati da incorniciare?
«Su 170 vittorie un paio sicuramente: quella di Cristian, un ragazzo affetto da sindrome di Down e nato da genitori migranti al quale 18 anni gli hanno negato la cittadinanza. Un classico caso di ingiustizia ma l’appello della madre raccoglie 30 mila firme online e grazie ad alcuni parlamentari il ministro Cancellieri concede la cittadinanza. E poi la campagna di un gruppo di ragazzi sordi, i fondatori di Radio Kaos Italy, che si impegnano per vedersi riconosciuta la lingua italiana dei segni. Grazie alla visibilità delle loro mobilitazione al concerto del primo maggio Daniele Silvestri li ha voluto sul palco».

E le sconfitte? 
«Su 15 mila petizioni lanciate contiamo solo 170 vittorie ma è questa la potenza della Rete da questo mare escono tante cose, solo alcune storie sono importanti. Le critiche sono legate al “slackattivism” (nata dal Nyt nel 2008) cioè l’ennesima petizione che crea le persone diventano pigre ma io credo che bisogna prendere il buono di Internet di connettere milioni di persone in poche ore. Quello che non deve passare che non rimanere relegate alle rete ma uscire e diventare campagne».

Prossimi obiettivi? 
«Non più solo petizioni ma belle storie da raccontare. Ultimamente molte sono legate alla burocrazia, un argomento su cui stanno nascendo tante storie anche se manca un trait d’union. Riuscire a metterle in rete per avere qualcosa di più organizzato ma senza la politica.

Come coniugare la spinta alla partecipazione con i costi? 
«Il team è ridotto a sole quattro persone mentre a livello mondiale abbiamo 180 dipendenti (di cui 45 ingegneri). Grazie a questo modello riusciamo ad arrivare praticamente ovunque. In Italia abbiamo una potenza di fuoco comunicativa maggiore rispetto alle grandi associazioni. Gli attivisti sono la nostra forza».

http://espresso.repubblica.it/

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