Switched at Birth, elogio dell’umana differenza

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Scritto da  – Ci sono storie che qualcuno ha raccontato. Non sono storie vere ma questo non le rende meno reali, non fa, dei loro protagonisti, personaggi lontani dalle nostre vite. Talvolta a queste storie viene regalata una forma che le fa correre per il mondo ed entrare nella quotidianità di chiunque si imbatta in loro. Diventano serie tv.

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La sorte di una serie dipende da una strana congiunzione di fattori che – piuttosto tristemente, va detto – quasi mai dipendono dall’effettivo valore del prodotto. Può così capitare, ad esempio, che qualcosa di ben scritto e ben fatto, coinvolgente e, sotto molti aspetti, importante sparisca nel marasma televisivo, soffocato su reti secondarie in orari improbabili, non pubblicizzato e condannato all’oblio da chi, per incompetenza o per pigrizia, dimentica che è un dovere sfruttare quell’incredibile “forza d’urto delle macchine dello svago e del coinvolgimento” (R. Maragliano), tra le quali primeggia il piccolo schermo, per fare servizio pubblico. Quando ci si accorge che sta accadendo questo, che sta scivolando via nell’anonimato qualcosa che, per un qualche motivo, è ingiusto che passi così, allora diventa altrettanto ingiusto tacere.

Switched at BirthÈ con tale spirito che, oggi, dedichiamo questo articolo a Switched at Birth – Al posto tuo, serie della ABC Family, la potente rete statunitense appartenente alla Walt Disney Company e casa, tra gli altri successi, di Pretty Little Liars e La vita segreta di una teenager americana. La vicenda – facilmente sintetizzabile, in realtà – ruota attorno alle vite di Bay Kennish e Daphne Vasquez, due ragazze di Kansas City che, alla vigilia del loro 16esimo compleanno, scoprono di essere state scambiate alla nascita e di aver vissuto, fino a quel momento, l’una la vita dell’altra. Il trionfo di cliché a cui si assiste nei primi minuti dell’episodio pilota è tale da fare istintivamente ipotizzare uno sviluppo assai banale della storia: le due famiglie incarnano i poli opposti della società americana (e non solo) e sin troppo facile sarebbe stato ridurle ad una piatta e acritica rappresentazione di quegli estremi. Se i ricchi John e Kathryn Kennish sono la traduzione televisiva del sogno americano del XXI secolo – lui ex campione di baseball che ha saggiamente investito il denaro guadagnato nella gloriosa carriera sportiva in un onesto impero di autolavaggi, gettando un occhio alla politica, lei casalinga perfetta ma indipendente, capace all’occorrenza di scrivere un bestseller – Regina Vasquez è una madre single, disoccupata, ex alcolizzata di origini portoricane. Come da copione, la figlia ribelle e problematica è la fortunata e viziata Bay, non temprata, come invece Daphne, da un’infanzia di sacrifici e da una meningite che, a tre anni, l’ha resa sorda.

Una sceneggiatura che parte con un trionfo di cliché, dicevamo. Eppure, superato lo sconcerto dell’inizio e messo da parte un certo pregiudizio, il mondo di Switched at Birth non impiega molto a rivelare tutta la propria profondità. Tanti sono i temi affrontati nella serie su cui varrebbe qui la pena soffermarci: la sapiente trattazione della questione del richiamo del sangue, la costante riflessione sul destino e su come basti un momento per cambiare il corso di tante vite, il diritto e la tutela dei lavoratori affermato nella battaglia legale fatta non contro l’infermiera che materialmente aveva commesso l’errore ma contro l’ospedale colpevole di averla sfruttata riducendola allo sfinimento, l’inesistenza di un qualunque confine tra i figli biologici e non. Ma uno, più di tutti, merita la nostra attenzione.

La sordità di Daphne porta ad un naturale coinvolgimento di numerosissimi personaggi non udenti e fa entrare a pieno titolo, nella trama, il racconto della loro quotidianità. L’abile delicatezza con cui vengono mostrate non solo le difficoltà di questi ragazzi ma anche la loro capacità di reazione e adattamento in ogni situazione, i pregiudizi e le discriminazioni contro cui devono scontrarsi e le preoccupazioni per il futuro in una società che non sempre è dalla loro parte, offrono un ritratto semplice ma diretto di quella normale diversità che è umana e che in molti modi diversi, semplicemente a volte meno evidenti, tocca tutti noi. Una diversità di cui non si negano le insidie ma che mai è considerata invalidante. Questo si traduce in precise scelte di produzione e di tecniche di narrazione. A cominciare dall’amata protagonista Katie Leclerc, gli attori chiamati a interpretare personaggi non udenti sono essi stessi non udenti; la lingua dei segni accompagna la maggior parte dei dialoghi, spesso anche quelli che avvengono in assenza di Daphne e dei suoi amici; in più di un’occasione vengono insegnati a personaggi inesperti – e quindi al pubblico – i segni più diffusi e belli di quella lingua e si fa una costante attenzione ai termini utilizzati (“È più giusto dire ‘ho perso l’udito’, o ‘ho guadagnato la sordità’?”, chiede un insegnante ai suoi alunni non udenti, ribaltando la comune prospettiva).

Switched at Birth

Il nono episodio della seconda stagione, La rivolta, è il culmine di quel processo di immedesimazione cercato dagli autori: interamente girato nella lingua dei segni e sottotitolato, ogni suono viene annullato per permettere allo spettatore di comprendere concretamente come siano 40 minuti nei panni di un non udente. Ci si trova così in un mondo silenzioso in cui però, straordinariamente, dopo poco si dimentica di non stare ascoltando alcun rumore. Le scene passano e si arriva alla fine, quando la sirena di una volante fuoricampo rompe l’atmosfera e infastidisce anche un po’. La serie, rivolta principalmente ad un pubblico di ragazzi, è un segno tangibile del potere che, attraverso una trama coinvolgente e un’innegabile qualità del prodotto, la televisione ha di far agevolmente comprendere la diversità e di farci mettere, proprio come il titolo della serie vuole, “al posto tuo”.

In America, dopo aver conquistato nel 2011 il record di debutto più visto del canale ABC Family, lo show è giunto alla sua quinta stagione. In Italia, dopo un rapido passaggio delle prime due a Deejay TV, è entrato, a quattro anni e mezzo dal suo esordio, nella corte della Rai che, reputando intoccabile lo spazio concesso alle repliche mattutine de Il tocco di un angelo degli anni ’90 su Rai 2, ha deciso di confinarlo allo stesso orario (e intorno alle 13) su Rai 4, senza pubblicizzare in alcun modo il suo arrivo nella tv del servizio pubblico e continuando inesorabilmente a ignorare quel bisogno di attenzione che i canali dell’era del digitale terrestre hanno ben più delle affermate – e spesso meno innovative – reti generaliste.

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