La missione pachistana di due yankee con il figlio sordo

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Una lingua nazionale, l’urdu. Quattro idiomi provinciali. Quasi 300 dialetti regionali. Ma nel mosaico linguistico del Pakistan manca un tassello: quello della lingua dei segni.

di Beatrice Credi

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Per questo motivo, ormai da molti anni, un gruppo di educatori che lavora con persone sorde sta cercando di promuovere e diffondere la Pakistan Sign Language (P.S.L).

La genesi della P.S.L risale agli anni ’80 del ‘900. Quando l’americano Richard Geary Horwitz e a sua moglie, Heidi, genitori di Michael, nato sordo, trasferitisi dall’India al Pakistan, danno vita a un programma chiamato Deaf Reach. Che ha portato alla realizzazione di un network di scuole per non udenti capace di insegnare ogni anno il linguaggio dei segni a circa 1000 studenti. Un assoluto successo se paragonato al panorama educativo del paese. Ma poco più di una goccia nell’oceano del 1,25 milioni di minori sordi in Pakistan.

Assistere a una lezione in una scuola Deaf Reach è un’esperienza emozionale. Nel silenzio della classe, studenti e insegnanti – metà dei quali sordi – comunicano in un balletto aggraziato di mani sincronizzate. Un metodo di insegnamento tradizionale arricchito dal ricorso ai media digitali. Esiste, infatti, un sito web in cui viene pubblicato ogni giorno un nuovo video di persone che esprimono una frase in lingua dei segni il cui significato viene poi tradotto sia in urdu che in inglese. Un portale attraverso il quale la P.S.L può crescere e svilupparsi. Anche grazie alla campagna di sensibilizzazione “Don’t Say It, Sign It” che mostra celebrità pakistane mentre compongono, con i gesti, semplici frasi. E alle  diecimila copie del dizionario realizzato da Deaf Rech distribuiti su tutto il territorio nazionale.

http://www.west-info.eu/

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