The Tribe: i non udenti vincono il Milano Film Festival

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16 SETTEMBRE 2014 | di

The Tribe (La tribù) è il lungometraggio interpretato da persone sorde (nel film non sentono e non parlano), interamente realizzato in lingua dei segni ucraina, non sottotitolato (peccato, non se ne capiscono le ragioni), che ha vinto, insieme con Navajazo di Ricardo Silva, il Milano Film Festival.

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Due ore di rumori di fondo e neanche un parola. «Il film si è visto poco in Italia e forse non raggiungerà il circuito cinematografico – racconta il regista Myroslav Slaboshpytskkiy -. E’ il frutto di quattro anni circa di lavoro. E ha avuto un buon successo ai festival del cinema dove sono riuscito a proiettarlo tra cui Cannes, dove è stato presentato». Un film crudo, a tratti splatter, esplicito nel descrivere sia le violenze sia gli amplessi. Narra di Sergey, un ragazzo sordo che potrebbe avere 17-18 anni circa, che entra in una scuola speciale ucraina per disabili sensoriali (a cui si sommano, almeno in un caso anche disabilità intellettive). Qui incontra altri coetanei e per farsi accettare deve sottostare ai riti della tribù di studenti che governano l’istituto imponendo i loro traffici e gestendo un giro di prostituzione tra le studentesse.

In un ambiente decadente che sa di muffa, povertà e degrado, in un’Ucraina che guarda con attenzione alla Nato e all’Unione europea, il film prosegue in un crescendo di violenza, da quella carnale a quella fisica con cui si chiude il film. Il tutto in un silenzio surreale, gli unici suoni che si sentono sono i rumori di sottofondo che sembrano spiccare, ma è solo effetto del silenzio del parlato. Il film è, però, dialogato, ma lo spettatore ignorante della lingua dei segni non riesce a capire, cerca solo di cogliere la logica dei discorsi. Al di là del fatto che piaccia o meno, il film si è chiuso con un lungo applauso dei 100-150 spettatori del Teatro Strehler presenti sabato 13 settembre alla proiezione durante la manifestazione Milano Film Festival, contano le emozioni e l’effetto straniante di un pubblico che vorrebbe trovare la chiave per entrare nel mondo proiettato sullo schermo.

Innanzitutto c’è da porsi qualche domanda: era necessario che i protagonisti fossero non udenti? La risposta è no. La storia, “una collezione di spezzoni di realtà ucraina” – come l’ha definita il regista – non avrebbe perso la sua forza. I ragazzi avrebbero potuto parlare e il lungometraggio – pur assumendo un tono più documentaristico – avrebbe comunque attratto il pubblico. Quindi l’uso di attori sordi non professionisti e del “dialogo” silenzioso erano un plus che ha donato un’atmosfera più forte all’intera trama. Più intima, segreta e straniante. «Non è stato facile individuare le persone più indicate, come potete immaginare – dice sorridendo Myroslav Slaboshpytskkiy,- non esistono società di casting “specializzate”. Così come non è stato facile lavorare con questi ragazzi – prosegue il regista  – come non lo sarebbe stato lavorare con qualsiasi attore non professionista. Qui si aggiunge un lingua estranea per cui abbiamo dovuto assumente consulenti e traduttori». Il regista non ha voluto svelare il perché di questa scelta, si è trincerato dietro un «era un’idea che avevo da tanto tanto tempo».

E il risultato? I ruoli si ribaltano, il dialogo tra attori sullo schermo e pubblico vede i primi perfettamente a loro agio in un ambiente con un linguaggio differente e i secondi sentirsi un po’ disabili, non abili a intendere i dialoghi. L’attenzione si sposta sui volti e sulle emozioni che esprimono, sui gesti pacati, rapidi, evocativi: non si coglie la parola, si interpreta la situazione. Come se lo schermo fosse uno specchio che ribalta la realtà: non sono i disabili a inseguire la società, ma il contrario è il pubblico che deve rincorrere i protagonisti. Chi guarda deve attivare tutti “gli altri suoi” sensi per cogliere un’espressione e capire. Ma alla fin fine non è ciò che fa una persona non udente quando legge le parole sul nostro volto?

http://invisibili.corriere.it/

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